Zuniga a Insigne: “Non si va via dalla propria casa, se si ha la fortuna persino di essere il capitano”

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 Non ha rimpianti, non vive di rancori e nonostante abbia smesso di giocare a 32 anni non è certo arrabbiato con la vita. Anzi. Sorride, come tante volte lo abbiamo visto fare nei sei anni e mezzo che ha giocato nel Napoli. Juan Camilo Zuniga si racconta a Il Mattino
Zuniga, ha smesso così presto per quel problema al ginocchio?
«Un po’ per quello ma anche perché anche la testa mi aveva detto, dopo tante sofferenze, che era arrivato il momento di staccare, di godermi la mia famiglia».
Lo spartiacque della sua carriera è stata l’operazione del 2013, vero?
«Ero felice, dopo un interminabile tira e molla avevo appena rinnovato con De Laurentiis a Londra il giorno prima della partita di Champions con l’Arsenal. Ero certo che in poche settimane di riabilitazione sarei potuto tornare in campo, non immaginavo che era invece l’inizio di un calvario. Nonostante anche di notte facessi riabilitazione, il ginocchio non guariva e sono passati i mesi. E qualcosa non ha funzionato più. Poi un po’ di fiducia è venuta meno».
Da parte sua o da parte del Napoli?
«Io ho la coscienza pulita ed ho di tutto l’ambiente societario un ricordo meraviglioso, mi spiace solo di non aver recuperato al 100 per 100 perché nel Napoli di Sarri avrei giocato molto volentieri».

Lei ha solo sfiorato Sarri?
«Sì, sono stato davvero poco tempo con lui. E devo dire che il tiki taka che ho visto fare dal suo Napoli, l’ho visto solo nel Manchester City di Guardiola. È stato spettacolo puro. Con lui, senza dubbio, mi sarei divertito: ho sempre avuto della caratteristiche che ben si sarebbero sposate con le sue idee».
Ma in quale ruolo avrebbe giocato?
«Terzino destro o a sinistra. Io non ho mai avuto problemi, per me quello che contava era andare in campo».
Mazzarri, forse, ne ha approfittato un po’ troppo?
«Sì, con lui credo di aver giocato in otto posizioni differenti. Se c’era un’emergenza, lui mi metteva in quel posto. Alla fine, oggi come oggi, se qualcuno mi chiede quale è il mio ruolo, io non so neppure rispondere».


Quale la partita che conserva nella memoria con più emozione?
«Ho giocato la Champions, la finale di Coppa Italia, tante sfide con la Juventus, eppure nulla mi fa mancare il fiato come l’amichevole con il Galatasaray. Era il 29 luglio del 2013 e la gente mi fischiava perché era convinta che io stessi andando proprio alla Juve. Appena toccavo un pallone, giù la contestazione. Feci gol e quegli insulti divennero, improvvisamente, applausi. E poi scattò dello stadio il coro chi non salta è juventino e io mi misi a saltare… E decisi che non c’era posto più bello al mondo dove giocare al calcio di Napoli».
Sarri invece alla Juve ci è andato.
«Nessuno può giudicare le scelte degli altri. Non è giusto. Io non ho avuto nessun rimpianto nel non essere andato alla Juve».

Il suo connazionale James Rodriguez è l’uomo giusto per il Napoli?
«È un mostro, di testa e di gambe. L’uomo che può far fare il salto di qualità agli azzurri: ho giocato spesso con lui nella Colombia e quello che adoro di lui è la mentalità. Non vuole perdere, proprio non accetta la sconfitta, non conosce questa parola. Ogni volta che eravamo sotto nel punteggio lui diceva date la palla a me, ci penso io…».
Sarebbe un grande affare?
«Ma sarebbe un grande colpo anche per lui. James ha bisogno di Ancelotti, forse come Ancelotti ha bisogno di uno come lui in squadra. Perché è in un momento in cui ha bisogno di tornare a credere in se stesso, deve tornare a prendere coscienza di quanto sia forte. I due anni al Bayern lo hanno un po’ scosso, hanno fatto vacillare le sue convinzioni. Viene da un periodo complicato. E allora Ancelotti che lo conosce e lo apprezza dal 2014 non può che essere l’ideale per farlo tornare al top, per dargli quella fiducia di cui ha un bisogno spaziale».
E Napoli può essere il posto giusto per lui?
«Se giochi a Napoli, poi puoi giocare in ogni parte del mondo. Perché non trovi da nessuna parte un pubblico così appassionato, desideroso di vincere a ogni costo, che considera due sconfitte consecutive come una catastrofe, la fine del mondo e quasi fa venire la gastrite a un giocatore per il dispiacere che è stato capace di procurare ai tifosi. Però, alla fine, tutto questo è un bene: perché ti spinge ad allenarti il meglio possibile, a curarti in ogni momento del giorno, a distrarti poco. James qui si troverebbe a meraviglia, non c’è dubbio».


Troverebbe anche Lorenzo Insigne. Che consiglio gli dà?
«Di restare qui. Non si va via dalla propria casa, se si ha la fortuna persino di essere il capitano della squadra del proprio cuore. Deve restare e vincere lo scudetto a Napoli».
Hamsik ha scelto di andare via.
«Lo ha fatto nel momento giusto, nel suo stile. Al Napoli ha dato tutti, ha amato i colori azzurri e ha scelto la Cina perché in Italia non ce l’avrebbe fatta a indossare un’altra maglia».
Lei ha sfiorato lo scudetto con Mazzarri.
«Ci siamo davvero andati a un passo. Merito del mister, uno che diceva le cose in faccia e poi alle spalle non cambiava idea. Un allenatore leale, di spessore. Un tecnico straordinario che ha creato una famiglia: perché i campioni li trovi, ma per vincere devi avere degli uomini veri in campo. E noi lo eravamo: pronti a dare tutto per quel Napoli».
Pochi gol, ma uno importante.
«Feci il gol dell’1-1 in Napoli-Inter. Ci serviva il punto per conquistare per la prima volta l’accesso alla Champions League. Adesso, magari, a Napoli sono abituati, ma allora fu una gioia incredibile. Anche perché disputammo davvero una stagione super».
Se votasse per il Pallone d’oro, a chi darebbe il suo voto?
«A Ronaldo e a Messi. A tutti e due».
Non ha detto Neymar?
Ride: «Ne sono state dette tante per quello scontro ai Mondiali del 2014, ma non siamo mai stati nemici. Io non lo feci apposta a fargli male e lui lo ha sempre riconosciuto. Anche perché ci siamo rincontrati altre volte e ci siamo abbracciati».
Zuniga, ora cosa fa?
«Vivo a Medellin. E con la mia Fondazione Camilo Zuniga vado alla ricerca dei giovani talenti che vengono dai bassifondi e li aiuto, facendoli giocare, studiare, ospitandoli. Poi con Antonio Cavallo, agente Fifa, cerchiamo una sistemazione a quelli più meritevoli».
Poi, ogni tanto, il ritorno a Napoli?
«È come il richiamo delle sirene, a un certo punto devo venire qui. Non riesco a farne a meno. Stacco la spina e raggiungo il Phoenix e la famiglia di Eduardo a Pozzuoli: qui c’è la mia seconda casa. E poi è un posto straordinario».

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