Pellegrini, il calcio “umano”, il rimpianto Maradona e quel palo…

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«L’unica cosa che non ho mai capito è quel Claudio Pellegrini III sulle figurine. Se scrivevano Claudio, perché mai mettere pure che ero il terzo dei fratelli?». Cinque anni a Napoli, uno scudetto sfiorato nel 1981 con la squadra di Marchesi, 33 gol nelle sue stagioni in azzurro, l’immagine simbolo di lui che corre verso la porta e Krol che lancia lungo nell’anno maledetto del terremoto in Irpinia.
Il terrore della terra che tremava vi è costato il campionato? «Io direi il contrario: ci diede una forza unica giocare in quelle difficoltà, sapere che c’erano centinaia di migliaia di persone che grazie a noi potevano vivere un momento di sollievo in quelle ore che erano buie e dolorose. Non eravamo all’altezza di Juventus e Roma, ma lottammo con i denti proprio come i napoletani facevano ogni istante a partire da quel 23 novembre del 1980».
Ripensa mai a quella partita con il Perugia? «Spesso. Rivedo il palo che io colpii praticamente a porta vuota. Lo sogno anche la notte. Sono sicuro che pure se avessimo giocato fino al martedì dopo, un gol non lo avremmo mai fatto quella domenica. Ma fu un miracolo, arrivare a pari punti con loro a cinque giornate dalla fine».
Era un calciatore, privilegiato. Più facile affrontare un dramma come il terremoto? «La paura delle scosse era continua. Noi eravamo un bel gruppo, provavamo a scherzare sull’argomento. All’ora del terremoto, il 23 novembre, non eravamo in città, tornavamo da Bologna dove avevamo pareggiato e io fatto gol. Ma vedevamo Napoli in grande difficoltà. Tuttavia quello che vidi, che ho vissuto, mi ha aiutato ad affrontare quello che mi è capitato dopo…».
Già, perché lei ha scelto di vivere a Camerino. «Sette anni fa ho dato vita a un’associazione sportiva, la Futbol3 che coinvolge un centinaio di bambini di alcuni piccoli comuni delle Marche. Ma un altro terremoto ha segnato la mia vita: quello dell’agosto del 2016 che mi ha costretto ad andare via, a lasciare la mia casa e a vivere a Porto Recanati da mia figlia Giorgia. Come hanno fatto tanti sfollati. Ma appena una settimana dopo quella scossa terribile, io avevo riportato tutti i miei bambini sul campo di gioco».
Un bel coraggio? «Macché. Convinsi i genitori a farli uscire dalle tende e dai container perché non c’era posto più sicuro che giocare all’aria aperta. E il calcio, le partite, le corse, hanno aiutato ad affrontare quei momenti drammatici».
E adesso? «Prima le attività erano concentrare tra i comuni di Serravalle, Pieve Torini, Pievebovigliana: ora quella geografia è sparita, in tanti vivono lungo la costa. Ma noi pur facendo sforzi incredibili, siamo riusciti a tener uniti quel gruppo. Poi in tanti hanno dato una mano alla nostra società per fronteggiare le difficoltà derivanti dal terremoto. 
È complicato allenare i bimbi? «Devi essere leale con loro. Gli dici una cosa e, se cambia, devi affrontarli e dirgli che è tutto diverso rispetto a quello che avevi detto. Lo capiscono. Perché non conoscono l’ipocrisia, non capiscono la falsità. Si parla tanto di calcio alla deriva, ma perché non mettere i ragazzi al centro di un progetto vero di rilancio?».
Perché non c’è? «Macché. Le società, anche quelle piccole, vogliono i risultati anche a livello allievi o giovanissimi. E allora già a 8-10 anni sa che fanno? La selezione dei più bravi. Ma si può? A quell’età conta solo il divertimento e invece loro mandano via quelli che già si vedono che non giocano bene. Io non ho mai escluso nessuno in questi anni».
Che calcio è quello dei grandi? «Strano. Il mio era molto umano. Io ricordo Vitali, il direttore generale del Napoli che mi vide in un’amichevole di fine stagione con l’Udinese e mi prese. Devo tanto a Gianni Di Marzio e a Juliano che mi riprese nell’estate del 1980, dopo la stagione in cui mi avevano ceduto in prestito all’Avellino: era un gruppo da favola, si scherzava tra di noi e poi era fatto per esaltare le doti mie e di Oscar Damiani che in contropiede volavamo. In mezzo c’era un talento unico del nostro calcio, Gaetano Musella. E sulla fascia ricordo uno dei pochi che correva come me, Marangon».
Peccato andar via proprio quando arrivò Maradona «E chi non avrebbe sognato di giocare con l’argentino? Solo che mi diedero alla Fiorentina per ingaggiare Bertoni. Un po’ ci rimasi male… Con il Pibe de oro a farmi gli assist magari la mia carriera si allungava».
Allena tanti giovani. E poi? «Sono istruttore di Gyrotonic, un’attività che mette insieme i movimenti della danza, dello yoga, delle arti marziali, con una resistenza costante e senza interruzione. Secondo me andrebbe introdotta anche nella preparazione dei calciatori. Perché aiuta il fisico». 
Come inizia a giocare a calcio? «Per seguire i miei fratelli, Romolo e Stefano, che proprio quest’anno è venuto a mancare. Romolo era il più tecnicamente dotato dei tre eppure non è riuscito a fare quello che abbiamo fatto noi. Fu una festa in famiglia e tra gli amici quando seppero che andavo a Napoli».
Già, all’epoca non c’era questa assurda rivalità. «Neppure ce ne era traccia. All’Olimpico quando c’era Roma-Napoli, metà stadio era pieno di tifosi azzurri. Uno spettacolo di fratellanza, come si fa fatica a vedere ancora di questi tempi».
Le manca vivere nella grande città? «Mi manca non aver vissuto con normalità i miei anni napoletani. Perché noi eravamo degli eroi per le persone di quella città ma girare per strada era impossibile. Ogni tanto torno, ma non c’è il tempo di allora: ho i miei ragazzi da seguire, le mie lezioni a scuola sullo sport».
Le piace questa serie A? «Sì, ma dove sono gli italiani? Se prendiamo le prima 4 in classifica in campionato, riusciamo a fare una squadra di 11 giocatori italiani? Credo di no. E allora normale che la Nazionale va come va…».
La Nazionale una delusione per lei? «Nel 1982 magari al posto di Selvaggi poteva portare me in Spagna il grande Enzo Bearzot. Se giocavo al Milan o alla Juve sicuro andavo…».
È la delusione più grande? «No, la più grande ad Avellino. Ero secondo in classifica alla guida della Primavera, l’Avellino ultimo in B. Bruno Conti mi chiama e mi fa ora ti danno la prima squadra, vedrai. Lo stesso giorno mi chiama Antonio Sibilia. Ma era per cacciarmi».
Qualche sogno nel cassetto? «I miei ragazzi vorrebbero andare al San Paolo. Vedere da vicino i campioni di adesso del Napoli. Sono cresciuti con la paura, farei di tutto per un loro sorriso».

Fonte: Il Mattino

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