De Laurentiis: “Equilibrio ed educazione, così è nata la “pazza idea” Ancelotti”
Il presidente del Napoli in una lunga intervista al CdS
Davanti a quello spettacolo della natura, su una terrazza con vista sul mare che bagna Napoli, è inevitabile perdersi tra lo spazio e il tempo: ed è lecito ondeggiare, restando rapiti dall’incanto dell’orizzonte nel quale s’intrufola ogni frammento di una vita da Aurelio De Laurentiis, il cinema, il calcio, i figli, la famiglia e le meraviglie d’una città sempre uguale a se stessa (nonostante tutto). De Laurentiis e il passato, De Laurentiis e il presente, De Laurentiis e il futuro, De Laurentiis e ciò che vorrà il destino (da programmare, dunque da indirizzare però, perché il Progetto ha un senso), De Laurentiis e Ancelotti, ma anche tutti i capitoli di questi tre lustri che riemergono come un’onda anomala travolgente, tra una riunione per il San Paolo e un cellulare impazzito dal quale s’erge, improvvisa, l’ipotesi che un giorno, e magari neanche così lontano, pure questo stadio possa avere due mega schermi: una proiezione verso l’infinito del Napoli, della Napoli di De Laurentiis, intervistato dal CdS, accarezzata con tenerezza, quasi cullandosela, per ciò ch’è stato sinora quel rimbalzo lieve d’un pallone che lascia un’eco dolce e accattivante.
Per cominciare: ma quando nasce in De Laurentiis la “pazza”idea Ancelotti? «Erano anni che avevamo contatti telefonici, ogni tanto Carlo si informava di nostri calciatori e io con lui dei suoi. Mi aveva colpito il suo equilibrio ma anche la sua educazione, perché quando intuiva che non ci sarebbero stati margini per trattative non insisteva».
E poi arriva maggio 2018… «Gli ho telefonato quando ho capito che ormai si era chiuso un ciclo e lui, senza avere tentennamenti, con una una serenità che ho colto e apprezzato, mi ha detto: vediamoci».
Il capolavoro di De Laurentiis si chiama Ancelotti? «Sono fiero di aver individuato un uomo del suo livello, non solo professionale. Io credevo, tre anni fa, di aver incontrato un allenatore che sarebbe rimasto qua per un lungo periodo, avrei potuto trattenerlo, perché aveva altri due anni di contratto. Ma ad un certo punto è diventata solo una questione di danaro…».
Ci mancava Sarri…
«E’ strano questo mondo in cui, di colpo – attraverso l’ambiente, l’impatto mediatico o certi opinionisti – si stabilisce che un contratto vada adeguato. Ma allora che valore ha quell’accordo appena scritto? Tenga presente che noi eravamo già passati da 700.000 euro a 1.550.000. Poi una volta ho sentito dire: al prossimo accordo voglio arricchirmi. E mi sono chiesto: allora le dichiarazioni sull’amore per la città? Io ci avevo creduto, però poi mi sono domandato: e se mi stesse usando come sponda?».
Ma con Ancelotti la scintilla quando c’è stata? «A me è sembrato che quest’appuntamento fosse scritto nell’universo calcistico, come se l’avesse deciso il destino: ci sono voluti cinque minuti, dico cinque, per arrivare all’accordo. La negoziazione più rapida dei miei circa quindici anni di calcio. Poi è venuto un avvocato, bravissimo, e sono stati sufficienti altri cinque minuti a me e a Chiavelli, l’amministratore delegato, per definire ogni dettaglio».
E ora? «L’altro giorno Carlo era a Ischia, mi ha telefonato entusiasta: Aurelio, io qui ci potrei restare anche sei anni».
Siamo già nel futuro… «Con lui si vive un rapporto umano, discutendo amabilmente dei reciproci interessi. E se parlo di calcio, non si offende: prima del Liverpool, al mattino, gli ho telefonato…».
Alle sette, anche a lui…? «Diciamo. E così, ho espresso pareri. E lui con garbo, autorevolezza e autorità, mi ha detto: presidè, stai tranquillo, la vinciamo. L’ho preso in parola e all’87esimo ho detto: ma vuoi vedere che succede? E’ successo. Non può capire la mia reazione».
Argomenti base delle chiacchierate con Ancelotti. «Spaziamo. E comunque, per dire, mi tocca anche subire delle correzioni sul mondo cinematografico, del quale è esperto: ma lui ne approfitta perché è più giovane di me ed ha una memoria più fresca».
Anche Napoli-Liverpool l’ha vista in tv, non è ancora stato al San Paolo e chiederle quando ci tornerà è obbligatorio. «Ma sono stato a Belgrado, due volte a Torino in sette giorni e sarò a Parigi. E poi, quando avrò capito che, collaborando, sarà possibile riportare quell’impianto al livello attuale del Napoli e della bellezza della città, allora ne riparleremo. E non mi dica che sono un utopista».
Utopia per utopia: ma lei crede ancora che il campionato sia aperto? «E lei pensa che dopo otto giornate sia chiuso? Ci sarà un momento in cui anche la Juventus potrà rompere?».
Ottimismo o realismo? «Io penso che sognare di vincere sia possibile, sia nelle corde di questa società che ha fatto passi da gigante e che si è consolidata a livelli internazionali. Gli olandesi dicono che rappresentiamo un valore da 400-450 milioni, io ritengo che questo Napoli oscilli intorno al miliardo di euro: c’è un lavoro capillare, spalmato giorno dopo giorno e affrontato con il cuore, che ci ha portato sin qui».
Facciamo un giochino: scelga un obiettivo.
«Io non mi nego niente e non ho preferenze».
Il prossimo step, dunque, saranno i successi. «Carlo ha tre anni a disposizione, anche se mi ha appena detto che qui potrebbe rimanerci anche per sei, e ora bisogna vincere, in Italia o in Europa. O anche ovunque».
Strano, non s’è lamentato del calendario della Juventus: una volta, tanti anni fa, dalla rabbia se ne andò via su un motorino. «Ho pensato che fosse uno stimolo e che, superando le prime giornate in cui noi abbiamo incontrato avversari più difficili e gli altri quasi nessuno, ci saremmo trovati nel posizione di chi sta lì ad aspettare le difficoltà altrui. Ora il livello si è alzato, ci sono squadre come la Spal, il Parma, la Sampdoria che giocano bene».
E lei tra Inter, Roma, Milan e Lazio, oltre alla Juventus, chi teme? «Io mi godo l’evoluzione del Napoli, provo a immaginare le difficoltà che ci attendono e la tipologia di squadra che andiamo costruendo per superarle. E poi, si sa, la verità del campo viene fuori a marzo».
Insigne è diventato il giocatore italiano più forte? «Non mi ha stupito. E’ un prodotto del Napoli e di Napoli, città complicata nella quale è più difficile che altrove essere profeta in Patria. Un altro, al suo posto, avrebbe potuto dire: ma chi me lo fa fare? E invece ha dimostrato di essere uomo, ha una testa per ragionare. E per me è uno di famiglia».
Il calcio italiano continua a vivere situazioni di criticità assoluta: Gravina può essere l’uomo giusto? «In questo momento, sì. Siamo dentro a un biennio, che poi introdurrà ad un quadriennio: un altro, magari anche nome prestigioso, avrebbe bisogno di tempo per capire e conoscere la macchina. Ma qui dev’essere chiaro anche un aspetto: al timone ci va Gravina, però l’equipaggio deve essere rappresentato dalla Serie A, finanziatrice unica del movimento calcio».
Cambiare è un’esigenza immediata e irrinunciabile. «Bisogna fare un indice delle modifiche da attuare affinché il calcio italiano torni competitivo in Europa e possa soprattutto sanare il gap economico».
E la tentazione del supercampionato europeo non è sfiorita? «Mi affascina sempre. Ma bisogna vedere con quali regole: sarebbe giusto che a realizzarlo, gestirlo e organizzarlo sia l’Eca. Un altro assurdo del calcio è questo: produciamo spettacolo e danaro e poi dobbiamo andare a bussare all’Uefa a chiedere».
Il Napoli multietnico di domenica, undici titolari di undici nazionalità diverse, l’ha conquistata. «C’è una squadra che si rinnova di partita in partita, abbiamo giovani che hanno la possibilità di dimostrarci, anche in prospettiva, quanto valgono. E’ una fase di studio per l’allenatore e per la proprietà: adesso possiamo sapere di più su ogni singolo calciatore».
Il prossimo rinnovo sarà Zielinski? «Quella di Piotr è una partitura ancora tutta da scrivere e da immaginare. Il vero Zielinski non è stato ancora visto appieno e codificato del tutto e questa altalena forse genera in lui un’insicurezza a cui saprà ovviare».
Ma De Laurentiis è pago di quello che ha realizzato?
«Forse, mi sento un innovatore e anche portatore di una coscienza industriale all’interno del calcio. Non sopporto le irriconoscenti volgarità di chi concentra la massima attenzione intorno al danaro, che ho sempre giudicato un mezzo e non un fine. Nella vita ci sono altri valori. Ho sempre fatto quello che ho voluto, pur con qualche errore umano commesso per intransigenza. Ma penso di aver fatto cose giuste, con senso di professionalità e con amore».
Siamo a tre lustri di De Laurentiis… «Settembre 2004 è stato il momento magico di questa epoca: aver rilevato il Napoli dal fallimento, averlo portato dove siamo, con l’ammirazione internazionale e un futuro che ci aspetta».
Lo immagina? «Le ho detto: vincere in Italia e in Europa».
La Redazione
