Il Mattino – Il Mondiale ha riunito i due popoli “maradoniani”

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Il Mondiale ha unito in un unico coro i due popoli maradoniani, quello argentino e quello napoletano. Il Mattino scrive: “Il Mondiale ha riunito le anime dei popoli maradoniani, quello di Napoli e quello d’Argentina. Come accadde nel 1986 e nel 2022, gli anni dei trionfi mondiali della Seleccion, a cui – ed è questo un aspetto scaramanticamente rilevante – seguirono dopo pochi mesi gli scudetti azzurri. Ma anche nel 1990, perché in occasione della semifinale mondiale al San Paolo, vinta da Diego ai rigori, i napoletani non tifarono per l’Albiceleste ma la rispettarono, al contrario di quanto era accaduto negli altri stadi italiani. Si è raccontata dal lato della Nazionale italiana un’altra storia, non vera, per convenienza. L’ondata degli argentini a Napoli fu impetuosa nella notte del 18 dicembre di quattro anni fa, dopo la vittoria ai rigori sulla Francia. Quando Messi si presentò sul dischetto disse alcune parole: «Vamos Diego desde el cielo». Andiamo Diego, da lassù. Li aiutò, Diego, quei suoi figli. E fu spiritualmente vicino al Napoli di Spalletti, come Luciano ricordò con un filo di commozione il 4 maggio 2023 negli spogliatoi di Udine dopo aver vinto lo scudetto: «Maradona ci ha messo la mano».

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La mano che accarezza gli argentini, che hanno vinto d’orgoglio la sfida contro l’Egitto, ribaltandola negli ultimi minuti. Sullo 0-2, dopo che Lio aveva sbagliato un rigore, c’era chi si chiedeva dove fosse finito il capitano. Era là, pronto a colpire e a trascinare i Campioni del mondo ai quarti. «Una vittoria incredibile ma noi non molliamo mai», ha spiegato il capocannoniere del Mondiale 2026 che accarezza il sogno di vincere due Coppe di fila. Ha scelto il campionato americano, la comoda location di Miami, per chiudere la sua carriera dopo aver infiammato Barcellona. Per quella vittoria hanno esultato anche a Napoli perché c’è un rapporto speciale con gli argentini grazie a Diego, che ha lanciato qui un seme e tutti i suoi connazionali hanno stretto un rapporto con la città. Come Fabian Ayala, difensore a metà degli anni ‘90, in un Napoli che non era più quello di Diego. Adesso è assistente del ct Scaloni e l’altra sera, dopo la battaglia contro l’Egitto, ha detto con un filo di voce: «Adesso l’anima è tornata nel mio corpo». Lo stress lo aveva svuotato, la Seleccion dovrà recuperare le energie per la partita contro la Svizzera all’alba di domenica. «Non ci sono gare facili, lo abbiamo visto», ha ricordato Messi, che ha versato le stesse lacrime dei tifosi argentini, quelli che urlavano il suo nome e quello di Maradona.
Insieme come lo furono fisicamente anche sedici anni fa, ai Mondiali in Sudafrica, finiti quando l’Argentina venne umiliata dalla Germania. Diego lasciò la panchina della nazionale e cominciò a girovagare, dagli Emirati al Messico, prima di tornare a Buenos Aires dove si accomodò sulla panchina di una piccola squadra, il Gimnasia La Plata. Non sarebbe riuscito a scrivere un’altra storia vincente da allenatore. Ma lui non sarà un calciatore, un capitano, un campione del mondo o d’Italia. Lui è il Mito che resiste al tempo. Senza rughe. E lungo via De Deo, davanti al Largo Maradona, i tifosi – napoletani e argentini – hanno riacceso fumogeni e hanno fatto nuovamente sventolare le bandiere per festeggiare la Seleccion e ricordare, come sempre, Diego, soprattutto nei giorni che accompagnano il Napoli al Centenario. Non è un caso che De Laurentiis abbia voluto lanciare il primo spot della nuova maglia con l’immagine del Capitano sorridente in tribuna grazie all’intelligenza artificiale. C’è un retroscena contrattuale che dice molto del rapporto ancor forte tra Maradona e Napoli. Chi detiene i suoi diritti di immagine, Stefano Ceci, ha concordato con il club che la cifra concordata per la presenza di Diego nella campagna pubblicitaria fosse devoluta alla Fondazione Santobono-Pausilipon. Perché, a distanza di 42 anni dal suo arrivo, resta quel pensiero di Maradona: «Voglio dare felicità ai bambini di Napoli»“.
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