Il Bologna ha rischiato già di essere uno spartiacque quel pomeriggio del 9 novembre, quando Conte con quel «non accompagno il morto» lasciò intendere che era persino pronto ad andar via. Sarebbe stato clamoroso, ma la sconfitta era stata per Conte molto di più che un ko. Era certo di aver ricevuto segnali chiari («C’è qualcosa di reiterato. È qualcosa che avevo provato ad affrontare già venti giorni fa, provando a trasferire il mio pensiero ai più vecchi e manifestando la mia preoccupazione», lo sfogo nel ventre del Dall’Ara che lasciò tutti stupiti). Le ore successive furono di gran tormento. E la sua assenza a Castel Volturno, il mercoledì successivo, con i quattro giorni di riposo a casa, alla ripresa degli allenamenti, confermarono il momento critico, la riflessione di Conte e le ombre. Poi il chiarimento con la squadra, con la grande regia (e pazienza) di Aurelio De Laurentiis che, senza esitazione, lo ha sostenuto in ogni attimo di quei giorni di malessere.
