Le ombre sul futuro di Lucio che sfida DeLa: “DICA SE RESTO”

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Lo hanno circondato. Uomini, donne, bambini. Soprattutto bambini. Tutti vogliono sapere, resta sicuro? Luciano Spalletti dice e non dice. «Voi interpretate: “Ha detto che Napoli avrà un futuro brillante, per cui rimane…”. Sì, interpretate. Ma se rimango lo deve dire la società». Gente con le sciarpe, le maglie, le t-shirt da far autografare. Quella andata in scena ieri in Sala Borsa, dietro Piazza del Nettuno, cuore di Bologna, non è stata solo la consegna di un premio ma una vera apoteosi. E d’altra parte questo è il Premio Bulgarelli, celebrazione della grandezza in tutte le sue forme. A dirlo meglio di chiunque è proprio lui, Spalletti, completo blu, emozionato e felice. «Per chi è della mia generazione il Bulgarelli è come l’Oscar nel cinema. Giacomo Bulgarelli è stato parte importante della storia del Bologna grazie alla sua perseveranza. Ricevere questo premio nell’anno in cui il Napoli è diventato campione d’Italia, al grido di “Tutto per lei”, per me assume un’importanza particolare e anche per questo voglio ringraziare quelli che mi hanno permesso di riceverlo, ossia i miei calciatori e il Napoli». 

 

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LA LEZIONE. Sono già tutti seduti e l’aria è elettrica quando, quarto d’ora accademico rispettato, Luciano entra nel tempio che fu campo della Virtus e oggi è una biblioteca e uno spazio di saggezza e convivialità. Il luogo perfetto per premiare un profeta. «Napoli ha insegnato come festeggiare uno scudetto, ha insegnato come far partecipare tutti alla gioia di un’altra squadra. A ospitare migliaia di persone. Napoli ci ha insegnato che la gioia, l’allegria e la felicità non hanno confine». Non è rappresentazione di sé, nè roba da vip del calcio: Spalletti è diventato un simbolo. E l’uomo che ha fatto il suo viaggio nei gironi danteschi del pallone ed è tornato con lo scudetto in mano. Per questo a Napoli vogliono che resti a lungo. Poi, accerchiato da una folla di ragazzi, si è chiuso in una stanza a vetri piena di libri. I più piccoli entravano uno alla volta, e lui via con selfie, autografi, pacche sulle spalle. Uno lo ha persino baciato in fronte. «Quando si mette mano alla squadra pesantemente, com’è successo al Napoli, bisogna sostituire i calciatori forti con altrettanti calciatori forti. Sono arrivati gli sconosciuti? Sì, ma ci sono i video, ci sono le notizie, ci sono i compagni di squadra e ci s’informa. La parte maggiore la fa il direttore Giuntoli che ha grande qualità». 

GRAZIE RAGAZZI. L’elogio è per i suoi calciatori, che «per tutto l’anno si sono impegnati, hanno fatto tutto benissimo». Gli stessi che «hanno dimostrato l’attaccamento alla maglia, una cosa in cui Giacomo Bulgarelli era maestro assoluto». Spalletti ha un treno, Spalletti deve partire, dicono quelli dello staff del Napoli. Ma lui è immune anche al tempo e finché può, persino oltre le porte a vetri della Sala Borsa, con il codazzo di gente a gridargli Luciano-Luciano, lui firma, selfa, sorride. «Un’altra caratteristica che deve avere un allenatore è quella di credere sempre di avere a che fare con una squadra forte. Abbiamo lavorato con la massima disciplina, la massima disponibilità di tempo. Perché poi è il tempo che dedichi a una cosa a fare la differenza. E io ho dedicato tutto il tempo al Napoli». Poi si crea «qualcosa di condiviso». Però, si badi bene, dice Spalletti, «non è mai una partita sola: ci sono gli episodi, i momenti in cui hai più condizione, sia fisica sia mentale. È lavorare in maniera seria che porta al risultato finale». 

 

Fonte: CdS

 

 

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