Amarcord – Rubrica di Stefano Iaconis: “La partita fantasma”

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Quella domenica 23 giugno del 1929, Felice Scandone, caporedattore del “Mezzogiorno sportivo”, stava in maniche di camicia, sigaretta all’angolo della bocca, ed una sfogliatelle con un caffè dinanzi, seduto al balcone del giornale, affacciato sulla Galleria Umberto I, sede del quotidiano. Sotto di lui, una folla traboccante di tifosi del Napoli, attendeva. Fuori il pomeriggio era caldo, la città era sotto un sole feroce, e la gente ringraziava la frescura appena accennata, che arrivava dagli ingressi della galleria creando piccole correnti di aria refrigerante. Felice Scandone stava al telefono. Aspettava notizie dal nuovissimo stadio di San Siro, a Milano, dove il Napoli spareggiava con la Lazio, per un posto nel torneo a sedici squadre, girone unico all’italiana, creato per l’anno seguente dalla Federazione Italiana gioco calcio. Napoli e Lazio giocavano nella Divisione nazionale, girone B, e si erano classificate entrambe all’ ottavo posto. Per un curioso tiro della sorte, l’ ultima giornata, giocata allo stadio della “Rondinella”, nella capitale, aveva visto di fronte le due formazioni. La partita era terminata zero a zero, ed era occorso uno spareggio, annunciato dalla lega dopo infinite polemiche. La Lazio, infatti, vantava una miglior differenza reti, e si era andati avanti a furia di carte bollate ed udienze private. Una sola delle due sarebbe uscita vincitrice, dunque, ed avrebbe avuto accesso a quella che un giorno sarebbe stata la futura serie A. Il “Mezzogiorno sportivo” aveva spedito un inviato in treno, assieme ai duemila tifosi partiti dal capoluogo partenopeo. Si chiamava Michele Buonanno. Quest’ ultimo avrebbe informato telefonicamente la redazione, nella figura di Felice Scandone che, a sua volta, avrebbe dato notizie alla tifoseria assiepata sotto di lui. Nessuno poteva immaginare che, quel pomeriggio di giugno, il giornalista napoletano, che sarebbe stato poi abbattuto alla guida del suo apparecchio, a Marsa Matruh, nei cieli africani, durante il secondo conflitto mondiale, in un mattino altrettanto pieno di sole del settembre 1940, stava per diventare l’avo di Enrico Ameri e Sandro Ciotti. Il padre di tutto il calcio minuto per minuto. La Lazio era andata in vantaggio subito, dopo una ventina di minuti, con Spivach, il suo cannoniere principe, sebbene giocasse da centrocampista. Uno sconsolato Scandone aveva diramato la notizia causando un urlo di disapprovazione tra la folla sottostante. E fino a quel momento le cose erano restate così. Con il telefono a manopola muto, ed il tempo che trascorreva malinconico. La gente si rinfrescava con bibite ai chioschi, qualcuno stava seduto al bar a pigliare un caffè, un occhio alla tazza di ceramica, uno al balcone del giornale. Il fumo delle decine di sigarette si levava verso la cupola della galleria, creando un vapore illuminato dalla luce che arrivava dai vetri iridescenti. Si vedeva anche qualche donna, elegante, consolare con piccoli buffetti sul braccio uomini dall’aria afflitta. Il Napoli già intrecciava umori, scorrendo con la sua immanente presenza nelle domeniche delle famiglie partenopee. Si era arrivati alla metà di quel pomeriggio domenicale di giugno, e la situazione non mutava. Il silenzio vibrante, era stato rotto improvvisamente: “Sallustro! Ha pareggiato Attila Sallustro. Con un colpo di testa imparabile!” La voce entusiasta, di un Felice Scandone rosso in viso, la camicia sudata, e le braccia sollevate verso l’alto aveva annunciato il gol del Napoli. L’ urlo si era propagato attraversando la galleria Umberto. Era esplosa la gioia. Qualche tavolino, fuori i bar gremiti, era stato rovesciato, ed il caffè sparso sulle tovaglie a quadri dei tavoli in legno. La gente si era assiepata sotto il balcone, alcuni si abbracciavano, dandosi pacche sulle spalle. Tutti domandavano come si fosse svolta l’azione, e Scandone mimando il colpo di testa gridava “ è sagliuto ‘ncielo”. Nemmeno il tempo di riprendersi da quel momento, e, qualche minuto dopo, un altro strillo altissimo si era levato dall’ interno della redazione del giornale. Scandone era precipitosamente uscito fuori gridando: “Innocenti, ha segnato Innocenti Secondo, ‘o Napule ha segnato n’ata vota, sta vincendo due a uno!” Adesso l’ entusiasmo era divenuto incontenibile, anche perché, contemporaneamente era arrivata la notizia che la Lazio giocava in dieci. A causa di un’espulsione. Cappelli erano volati in aria, la gente correva in tondo, qualcuno annunciava il vantaggio azzurro affacciandosi su Piazza San Carlo. Altri verso Santa Brigida. Nugoli di altri tifosi accorrevano richiamati dall’esultanza. “Napoli! Napoli!” gridava il popolo partenopeo. Dal balcone Felice Scandone, le gote accese, un foglio tra le mani, abbracciava quelli che, a loro volta, uscivano sul balcone. Il Napoli avrebbe giocato il girone unico. Era fatta, era oramai fatta. Il ciuccio avrebbe giocato contro le grandi potenze del nord, nella serie nazionale. Contro l’Inter di Peppino Meazza, la Juve del trio Combi-Rosetta-Calligaris. Lo stadio Militare dell’ Arenaccia avrebbe vissuto domeniche di gloria calcistica… Purtroppo, la partita terminò due a due. La Lazio mise a segno il gol del pareggio, nel finale della partita, con Cevenini, il cui traversone della disperazione, apparentemente innocuo, aveva cambiato improvvisamente traiettoria battendo il portiere azzurro Valeriani e gettando nella disperazione i tifosi che abbiamo immaginato a centinaia assiepati sotto quel balcone in quel pomeriggio del 23 giugno del ’29. Si giocarono solo i supplementari, all’epoca definiti, il giorno dopo dalle cronache sportive, suppletivi. I primi della storia del calcio italiano. I calci di rigore non erano previsti, in quel tempo lontanissimo di calcio pionieristico. Ma il risultato non mutò, nonostante le cronache raccontassero di un assedio del Napoli alla porta del grande Sclavi, uno dei più forti portieri al mondo. La lega decise che la gara si sarebbe rigiocata il 30 di giugno. Ma la partita non si giocò mai, dal momento che la stessa lega allargò il torneo a diciotto squadre, rispetto alle previste sedici, e così Napoli e Lazio approdarono entrambe nella massima divisione nazionale, assieme alla Triestina, giunta nona nel girone nazionale nord. Quella domenica 23 giugno del 1929, nella galleria Umberto I, Felice Scandone in quella che venne in seguito definita come “la partita fantasma”, narrò due cose: una radiocronaca che fu la culla di tutto il calcio minuto per minuto, e l’ inizio della leggenda del Napoli.

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Stefano Iaconis

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