Amarcord – Rubrica di Stefano Iaconis: “L’ala aperta del ricordo”

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Guizzava veloce. Piccolo e simmetrico nei suoi scatti, nella perfetta interpretazione di un ruolo perduto nelle mille nuove definizioni del moderno calcio. Peppe Massa, era un’ ala destra di antico stampo. La sua storia calcistica si intrecciò con la città in due diverse, piccole ere, che lo portarono alla fine alla corte del Napoli di Vinicio. Massa era nato calcisticamente, con l’Internapoli, la leggendaria seconda squadra partenopea, tra la metà degli anni ’50 e l’ inizio dei ’60. L’ Internapoli del Collana, che al sabato anticipava l’ esibizione dei più famosi cugini in azzurro, alla domenica. L’ Internapoli che visse stagioni indimenticabili, la squadra di Wilson, Chinaglia ed appunto, Massa, che nell’anno 58-59 sfiorò di un nulla la promozione in serie B. La squadra che dette l’ ossatura alla favolosa Lazio di Tommaso Maestrelli. Quella di Chinaglia e Wilson, di D’Amico e del povero Re Cecconi. La Lazio che scrisse un’ epopea. Massa andò via, dalla squadra capitolina, nel ’72, due anni prima che i biancazzurri si iscrivessero alla storia vincendo un titolo con una delle formazioni più formidabili mai ammirate nella penisola pallonara. Ed approdò al San Paolo. Giusto in tempo per vivere una delle più memorabili suggestioni pedatorie mai scritte. “Una goduria, giocare in quel Napoli”, affermò lui stesso riferendosi alla squadra allenata da Luis Vinicio. In quel Napoli, dai meccanismi centrifuganti capaci di portare in zona gol non solo gli attaccanti, Massa rivoluzionò il suo antico ruolo. Tirando fuori dal baule di un talento mai banale, colpi che lo resero perfino goleador. Lussuoso. I suoi gol, sebbene appena 24, realizzati in quattro meravigliose annate in maglia azzurra, furono autentici camei regalati alla platea. Rovesciate sotto misura, come quella contro il Lanerossi Vicenza, a Fuorigrotta, oppure il gol all’Internazionale, della quale anche vestì la casacca, realizzato al termine di un dribbling insistito al limite dell’area con uno sparo secco all’ incrocio dei pali. Massa, sebbene piccolo e non dotato di fisico straripante, a Napoli segnò spesso di testa. Con un senso del tempo prodigioso, era capace di prendere la misura al difensore e saltare in anticipo per prevenirne l’ intervento. “Lo devo a Vinicio”, disse poi. Nel mio personalissimo ricordo, Peppe Massa, che ci ha lasciato prematuramente in un mattino di ottobre di qualche anno fa, vive attraverso un gol, di testa, naturalmente, nella partita in campo neutro a Roma contro il Torino. Era l’undici gennaio del ’75, ed il Napoli aveva avuto il campo squalificato per due giornate al seguito degli incidenti occorsi nel finale della partita contro la Juventus finita 2 a 6. Quel giorno, il Napoli, eccezionale evento per l’ epoca, giocò al sabato per consentire alla domenica l’utilizzo dell’ Olimpico alla Roma o alla Lazio. Fu seguito, in quell’ esodo forzato, da cinquantamila tifosi che raggiunsero Roma con ogni mezzo. Il gol di Massa, sul corner di Rampanti, a metà circa della ripresa, decise la sfida. Gli azzurri restarono in scia alla Juve. Massa scavalcò i tabelloni pubblicitari, dopo il gol, e corse sotto il nostro settore, a braccia sollevate. Lo vedo ancora.

Stefano Iaconis

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