Osimhen: “«Sono nella squadra di Maradona Cavani e Higuain… È un gran club voglio fare un salto nella carriera»

Davvero molto carico il neo acquisto del Napoli

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Con gli occhi dei ventuno anni, puoi vedere mondi che nessun altro riesce a scorgere: e se poi ti porti appresso la miseria dell’infanzia, c’è un universo spazioso che si spalanca dinnanzi e nel quale sei libero di tuffarti, ma sognando, com’è giusto che sia. Ecco quanto detto dal neo acquisto azzurro Victor Osimhen. «Io spero innanzitutto di aiutare il Napoli a far bene in Europa e in campionato. Sono nel club che è stato di Maradona, di Cavani, di Higuain e a me sembra incredibile».  

 

Ma invece, ora ch’è tutto vero, Victor Osimhen può tranquillamente liberare il proprio aquilone e corrergli semmai anche dietro, inseguendo quella favola che ha provveduto a scrivere di proprio pugno, lasciandosi alle spalle quel vissuto che gli è servito come “palestra”, che non si dimentica, ma che si sistema al fianco di se stesso, mentre sta per cominciare un’altra vita, che rimane la sua:

«Io a Napoli voglio fare un altro passo avanti nella mia carriera, ho avuto la possibilità di entrare a far parte di un club prestigioso in cui hanno giocato straordinari campioni…».

E si comincerà presto, tra un paio di settimane o giù di lì, ad assorbire gli umori di una città che l’accoglierà a braccia spalancate, curioso di capire cosa si nasconda in questo “bambino prodigio” ch’è stato pagato quarantasette milioni di euro ma che ha richiesto, per arrivare sino a lui, l’allestimento di una impalcatura finanziaria capace di equilibrare la sua quotazione, da ottanta milioni di euro.

RICORDI

Vedi Napoli e un po’ ripensi a ciò ch’è stato il giovane Osimhen nel suo tortuoso tragitto che l’ha trascinato dal vuoto in cui galleggiava a questa dimensione onirica che adesso va alimentata, ma da subito, in questo calcio scintillante e dorato, abbagliante e gioioso, che un po’ azzera quel passato “dolente” incastrato nei ricordi sventagliati a Sport 1.

«Fui respinto dallo Zulte Waregem e dal Club Brugge e rimasi ferito».

Il tempo, che è un galantuomo, sa persino accarezzare le cicatrici e in quel pallone che l’aspetta c’è un orizzonte che si presenta ed è sfarzoso:

«Prima ancora ero stato al Wolfsburg, avevo diciotto anni e mi mancava il tempo per adattarmi. Il clima, il cibo, la lingua, persino il modo con il quale la gente si rivolgeva a me erano nuovi. Temevo di non riuscire a superarlo ma sapevo bene che se fossi rimasto in Nigeria non avrei mai potuto avere una opportunità come quella che mi era stata offerta dai tedeschi, ai quali sono grato. Poi chiamò quasi a sorpresa lo Charleroi, ero indeciso, ancora deluso per quei due no ricevuti in precedenza e al mio agente dissi che non ci sarei andato: fu invece lui a convincermi. Ho fatto benissimo, perché lo Charleroi mi ha aiutato».

E il Lilla l’ha lanciato in questo calcio che ora gli appartiene, perché se ne è impossessato con quell’aria fanciullesca, gli scatti da antilope e una genuinità che sa ancora d’adolescenza:

«Io nella squadra di Maradona, Cavani e Higuain….». C’è posto nella storia. 

Antonio Giordano (CdS)

 

 

 

 

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