Benitez parla al CdS: “Con il Napoli c’è sempre grande affinità. Sedotto dalla filosofia di Spalletti”

112 partite alla guida del Napoli (59 vittorie), con la Supercoppa vinta contro la Juventus

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La posa della prima pietra avvenne il 27 maggio del 2013: la memoria è uno scrigno e conviene andare a guardarci dentro ogni tanto, ma fu quel giorno che il Napoli uscì dal «limbo» e divenne «europeo». Quando Rafa Benitez arrivo dall’Inghilterra, tra De Laurentiis e il diesse Bigon, atterrò portando con sé la propria bacheca e quell’universo magico che avrebbe rappresentato l’inizio di una nuova era: dentro c’erano Coppe d’ogni genere e specie, ciò che servì per imprimere la svolta «epocale» degli Higuain e dei Reina, degli Albiol e dei Callejon, dei Mertens e degli Zapata. Liverpool-Napoli sa di quel tempo e di questo, di altro ancora, della Champions dei reds ad esempio, e di un’ora e mezza che ha un senso, eccome se ce l’ha. Perché tutto ha un inizio.

 

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Va in scena Liverpool-Napoli e questo, si può dire, è il derby del cuore di Rafa Benitez. «Ci sono aspetti sentimentali che mi coinvolgono, perché Liverpool e Napoli sono club nei quali sono stato benissimo e mi sono sentito amato. E poi abbiamo vinto». 

Gara non inutile, come sembrerebbe. «Non sarà decisiva, se non per assegnare il primo posto, ma le grandi squadre vogliono sempre vincere».  
 
A Liverpool: Champions e Supercoppa Uefa, una coppa di Inghilterra e una Community... «E anche tre finali. Un’epoca d’oro, considerando i budget differenti da quelle società – il Chelsea, il Manchester United – che potevano permettersi altro. Essere tifoso del Liverpool divenne motivo d’orgoglio, la più grossa soddisfazione per chi fa il mio lavoro». 

A Napoli: una coppa Italia e una Supercoppa e soprattutto la svolta. «Ci sono analogie con l’esperienza di Liverpool, perché pure in questo caso il livello delle avversarie – Juve in primis, ma anche Milan, Inter e Roma – era enorme e competere economicamente pareva quasi impossibile. Il potere della Juve degli scudetti lo interruppe il Napoli, due volte. Ma è vero che, con l’arrivo di quei calciatori, fu modificata la dimensione del club. L’evoluzione di allora, continuata nel tempo, è un merito da riconoscere ad De Laurentiis e ai dirigenti». 

A Napoli poteva tornare, gennaio 2020. «Ho sempre mantenuto buoni rapporti con le società nelle quali ho lavorato. Con De Laurentiis ogni tanto capita di sentirsi…A Napoli ho vissuto momenti meravigliosi mi sembra bello e positivo scoprire di avere ancora affinità». 
 
E’ tornato a Liverpool, ma all’Everton, con un mercato «povero», fu esonerato a metà gennaio. Fu un errore? «Mi era stato prospettato un progetto ambizioso, in una città nella quale vivo felicemente con la mia famiglia. Ero fiducioso ed ottimista. Forse l’inizio del campionato eccessivamente brillante illuse un po’ l’ambiente. Con me la squadra è sempre stata con un margine di minimo sei punti sulla zona retrocessione e con due partite in meno giocate. Quando andai via, arrivarono cinque rinforzi, e per fortuna l’Everton si salvò. E oggi, con gli ulteriori nove acquisti di quest’estate la squadra è totalmente diversa rispetto a quella che allenata da me».

Abita a venti minuti da Anfield: non sarà facile resistere al richiamo della partita. «Se potrò, andrò sicuramente a vedere la partita per salutare i miei amici di una parte e dell’altra». 
 
Dal Napoli è sedotto…. «E’ un Napoli che sta facendo cose fantastiche e questo mi rende felice per Adl, per chi gli è vicino, per i tifosi ma soprattutto per Spalletti. Non era facile dopo i due anni in cui è stato fermo. Spalletti sta dimostrando che con esperienza, professionalità, studio costante e grandissima passione si possono ottenere risultati eccellenti e che si può proporre un gioco spettacolare».

Spalletti le piace. «Perché non parla della sua filosofia, del suo calcio moderno: ha messo a disposizione dei calciatori le proprie conoscenze, il suo lavoro, le sue idee per far giocare bene e vincere. Gli auguro di continuare a farlo il più a lungo possibile».  

Il Liverpool ha rallentato, è in ritardo in Premier e ha faticato in Champions: si sta esaurendo il ciclo? «Non credo, a prescindere dagli ultimi risultati. C’è un ottimo organico, un grande allenatore, una struttura societaria e una tifoseria che sostiene in modo totale e incondizionato la squadra. Continueranno ad ottenere successi ma, naturalmente, bisogna considerare che la competizione tra i grandi club, sia in Premier che in Champions League, è a un livello sempre più alto». 

Benitez stava tornando, contatti ce ne sono stati, ma ha preferito ancora aspettare«In questi mesi ho ricevuto varie proposte, alcune delle quali interessanti, però ho ritenuto non fosse il momento migliore per accettarle. Continuo a vedere tante partite e ad analizzarle con attenzione: nel nostro lavoro non si finisce mai di imparare».

Poteva andare in Spagna o in Inghilterra, si è parlato di lei in Germania e in Francia: rifarebbe un giro su una panchina italiana? «Voglio allenare in un campionato di alto livello, nel quale si gioca un bel calcio. Forse il fatto che io abbia allenato alcune squadre top dei magiori tornei limita le possibili opzioni, ma io ho sempre amato le sfide nuove».  

Le piace studiare. «Il calcio è in continua evoluzione ed io cerco sempre di conoscere meglio le squadre e i vari campionati in modo tale da essere pronto e preparato. Lo studio e l’esperienza sono fondamentali per prendere le giuste decisioni».  

All’uomo che ha vinto tutto e ovunque – 13 trofei e tre promozioni – cosa non piace di questo calcio moderno?  «Si parla troppo e si dimostra poco. L’evoluzione non ha demolito i principi fondamentali, le basi restano le stesse. Bisogna giocare bene per vincere. Bisogna mantenere equilibrio – per me parola chiave – tra attacco e difesa. Bisogna interpretare le due fasi. Quando si attacca, bisogna creare e pressare alto appena perde il pallone; quando si difende si deve essere capaci di ripartire rapidamente».  
 
Cosa continua ancora a piacerle? «Il lavoro fatto bene, quello di Spalletti ma anche quello di Pioli, che ottengono risultati straordinari nonostante abbiano risorse inferiori ad altri club». 

Il calciatore del Liverpool che l’entusiasma? «Chiaramente, Salah. Ma, insieme a lui, ritengo che sia importante pure la figura di Alisson».  

Ne scelga uno del Napoli. «Mi farebbe essere ingiusto: potrei citare Osimhen, che chiaramente tutti segnalerebbero, ma non posso dimenticare Lobotka e Kvara». 

Sa tutto di tutto: la serie A la diverte? «Oltre a Napoli e Milan, bisogna dar merito a squadre come Atalanta, Udinese e Lazio che lottano alla pari con le Grandi».  

Sente ancora amici italiani? «Sono un uomo fortunato, perché ho tanti buoni amici. Ho contatti frequenti con Pecchia e seguo con affetto e attenzione il suo Parma; sono legato a Filippo Fusco, con il quale ci sentiamo spesso. Ho una rete di conoscenze che mi aggiornano, insomma. E all’Italia sono grato». 

Fonte: CdS

 

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