Amarcord – Rubrica di Stefano Iaconis: “La prima ed ultima volta”

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Papà aveva preso i biglietti, inconsapevole del destino cui andava incontro. Per portare mamma allo stadio. La sua prima volta. Uscimmo di casa alle 13. La partita sarebbe incominciata alle 14,30, ma mia madre, anche nel giorno del suo debutto allo stadio, non aveva voluto far perdere la tradizione domenicale. Ragù e polpette. Quando scendemmo, sotto un cielo autunnale di quelli napoletani, con sole forte, ma venato da nuvole gravide di pioggia, mio padre era da portare a braccia. Per quanto mi concerne, era l’età a salvarmi. Altrimenti sarei stato un rottame. “Metti scarpe comode”. Aveva detto papà a mia madre. Che non volle però rinunciare nemmeno nel giorno del suo debutto allo stadio, alla sua mise da donna sempre elegante. Abitino, cappotto leggero, sandali alti. Per Napoli/Juventus, sicuramente perfetto. In formazione da marcia, arrivammo al San Paolo, che distava da casa mia comunque dieci minuti. Io avevo la mia sciarpa, ed un ombrellino di plastica trasparente che, nel tempo, ricorse nel nostro ricordo, ma per tutt’altro motivo. Lo stadio era colmo come un uovo, naturalmente. E per entrare c’era una fila lunga quanto tre anaconda amazzonici. Quaranta metri di urla, strepiti e spintoni. Subito saltò la piega ordinatissima del cappotto di mia madre, perfettamente stirato. Mamma strepitò fortissimo. Sui “distinti”, c’era l’apocalisse. Una bolgia dantesca. Mio padre, spostando corpi che rimanevano sul posto, opponendo resistenza flessibile e rimbalzando poi di nuovo in avanti, ci condusse su per i gradini. Mia madre ruppe un sandalo. Zoppicò saltellando come un’antilope del Serengeti fino a prender posto. Si sedette, ma erano tutti in piedi. Capì, in ritardo, di non essere propriamente al San Carlo. Ci mettemmo lì, sulle scale di marmo, stretti tra un nugolo di uomini intenti a “strafocare” giganteschi sfilatini di pane e polpette con sugo che ungeva dita, carta oleata, camicie, pullover e scarpe, scendendo come una lava odorosa e compatta. Uno schizzo di salsa e basilico si posò sul bavero del cappotto di mia madre. Lei impallidì, e guardò l’uomo intento a masticare. “Signò, favorite”. Mamma ebbe un mancamento. All’ingresso in campo delle squadre, il cielo si colorò di nero. E venne giù un rovescio epico. Con vento e nembi di pioggia trasversale. La messa in piega di mia madre si trasformò in una lanugine collosa. Aprimmo gli ombrelli, e quello di mio padre, mentre lo apriva, fu colpito da una raffica di vento violentissima. Volò via, in alto, e non fu mai più ritrovato. Ci accostammo in tre, sotto il mio ombrellino di plastica. Quando segnò il Napoli, con Clerici, facemmo una mini catena umana, mettendo mia madre in mezzo. Fu tutto inutile. Ci abbracciarono tutti i vicini. Mamma era particolarmente bella, da giovane, e gli abbracci si moltiplicarono, con papà che menava fendenti. Smise di piovere, e venne fuori un sole di agosto. In meno di cinque minuti la temperatura salì di venti gradi. La gente prese a spogliarsi. Mia madre si tolse il cappotto, e lo diede a mio padre. Appena incominciato il secondo tempo, mi venne un urgente bisogno fisiologico. Urgentissimo. Ma eravamo stipati come sarde su un bastimento olandese delle indie. Mio padre non si perse di coraggio. Aprì l’ ombrello di plastica, e mentre i miei genitori mi coprivano, io espletai il bisogno. Papà rovesciò il contenuto in basso, furtivo, ma colpì i sandali di mamma che fece un grido. Un signore che aveva visto tutto sorrise: Signò, chella è acqua santa!”. Mamma fece anche lei un sorriso ebete. Raddoppiò Cane’. Abbracci. Mamma travolta. Mio padre ricevette una polpetta in pieno cranio. Il cappotto di mamma rotolò in terra. Fu calpestato da una mandria di bufali impazziti. Quando lo recuperammo, era da buttare. E tornò la pioggia. Uno scroscio spaventoso. Papà riaprì il mini ombrello di plastica. Che gocciolava pipì santa di un bambino di otto anni. Finì. Come Dio volle. Tornammo a casa come reduci di Waterloo. Mia madre non disse una parola fino a notte fonda. Quando, improvvisamente, la senti domandare a papà: “Ma ha vinto il Napoli?”. “Dormi”. Disse lui. Con il tempo, mamma, divenne tifosissima. Ci ha riprovato molte volte, con insuccesso. Chissà perché, poi.

Factory della Comunicazione

di Stefano Iaconis

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