“Rambo” Nando De Napoli: “Devo dire che il più forte di tutti nell’Italia è l’ex Jorginho, talento puro

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Rambo era l’anima della Nazionale che fece sognare un Paese intero in quelle notti magiche di ben 31 anni fa. «Quanti gavettoni a Mancini e a tutti gli altri per tenere unito il gruppo nel ritiro di Marino. Ma era Vialli quello che non perdeva mai il sorriso, sempre al centro di tutto. Lo immagino così anche adesso. Abbiamo ancora una chat che si chiama Italia 90 con tutti gli azzurri di allora ma da quando è iniziato l’Europeo non scriviamo più nulla. Per scaramanzia». Nando De Napoli è stato uno dei protagonisti, sempre titolare, di quel Mondiale che vide l’Italia arrivare a un passo dal trionfo iridato: pilastro indimenticabile prima dell’Avellino e poi del Napoli, oltre che dell’Italia (54 presenze in maglia azzurra).
De Napoli, chi è il Rambo di questo gruppo?
«Beh, diciamo che come me, che mi buttavo nel fango del Partenio, ce ne sono pochi. Ma Mancini è riuscito a pescare il meglio da un campionato come il nostro pieno di stranieri e dove in pochi, e tra questi non c’è il Napoli, sfruttano il settore giovanile. Io vedo Barella e Locatelli e ho la sensazione che siano il motore. Poi però devo dire che il più forte di tutti è Jorginho, talento puro».
Vicini e Mancini in cosa si somigliano?
«Serissimi tutti e due. Ma con Vicini non facevamo molte sedute tattiche. Con Roberto, mi sa, che c’è tanto lavoro di preparazione. Spero che non faccia come noi, che ci siamo persi sul più bello, la notte con l’Argentina».
Chi l’ha impressionata di più in questo Europeo?
«Dico che mi ha deluso la Spagna fino ad adesso. Ma questo non significa che non possa arrivare fino in fondo. Perché quel che conta sono le gare a eliminazione diretta: ed è in quei novanta minuti che chi è più forte lo deve dimostrare».
L’Italia va a Wembley.
«C’è l’Austria agli ottavi, mi sembra che sia andata bene. Anche noi nel 90 l’affrontammo, era la gara d’esordio di quel Mondiale, la prima notte magica. C’era Polster, che aveva giocato nel Torino. Vincemmo soffrendo, 1-0 e segnò Schillaci. Perdere il tifo dell’Olimpico non è di poco conto. Non abbiamo certo perso con l’Argentina per colpa del San Paolo, ma con il pubblico di Roma si era creata un’alchimia che a Napoli non c’era perché una parte stava con Maradona».
La sua più grande delusione?
«Anche due anni prima, potevamo fare meglio in Germania all’Europeo. Ma contro Maradona prendemmo uno schiaffo molto amaro. Non fu colpa di Zenga, anche se lui si è assunto le sue responsabilità. Io ero pronto a calciare il mio rigore, il sesto, dopo Serena sarebbe toccato a me. Tant’è che neppure vidi come lo calciava, tenevo gli occhi chiusi pensando a quello che avrei fatto io».
Che non tirò mai.
«Già. Lo sogno ancora. Sa come lo avrei calciato? Fortissimo e centrale. Come veniva, veniva. Sono certo che Goycochea non lo avrebbe mai preso».
Che diceva a Schillaci quando sgranava gli occhi?
«Ridevo. Ma non lo faceva apposta, era proprio così. Lui in siciliano ci faceva morire dal ridere e pure quando raccontava quello che da bambino combinava nel suo quartiere a Palermo per sopravvivere. Ne faceva di guai. Poi, per me, erano cose gigantesche: una volta giocavo a pallone e ruppi il vetro della caserma dei carabinieri di Chiusano e per questo non ho dormito per una settimana per paura che mi scoprissero…».
Il Totò di questa Italia?
«L’uomo della provvidenza mi pare che cambi ogni volta. Diciamo che adesso che si entra nella fase calda potrà essere Immobile o Insigne, loro sì che hanno i piedi per poter infiammare questa Italia. E sbloccare della situazioni complicate. Come faceva Schillaci».
Cantava Notti magiche?
«Come no? Tutti insieme… inseguendo un gol. Bennato lo avevo già incontrato tante volte perché è pure tifoso del Napoli. Un paio di volte ho fatto come Insigne, ho acceso lo stereo e ho messo la musica a palla».
Mancini può vincerlo l’Europeo?
«Sì, ma quello che conta è che è tornata a essere una Nazionale vera, con un’anima e un cuore. In questo molto simile al gruppo che aveva creato Vicini. Perché gran parte del gruppo del 90 aveva fatto l’Under 21 insieme. Insomma, credo che si stiano gettando le basi, dopo la grande delusione di tre anni fa, per andare in Qatar da primi della classe».
Italia 90 fu però anche la fine del vostro ciclo?
«Vero. Dopo mancammo la qualificazione all’Europeo in Danimarca arrivando alle spalle della Russia e al posto di Vicini venne chiamato Sacchi. Mi conosceva bene, i primi passi li avevo mossi con lui al Rimini. E infatti per la prima a Genova mi convocò. Poi iniziarono i miei problemi al ginocchio e la mia avventura in Nazionale terminò».

P. Taormina (Il Mattino)

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