Da Castel Volturno: «I miei ragazzi hanno preso tutti dieci in italiano, ma non possono giocare»

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«Tra i miei ragazzi, se proprio vogliamo dirla tutta, in italiano a scuola c’è pure chi ha preso 10. E nessuno è mai stato rimandato». Massimo Antonelli, ex cestista campione d’Italia con la Virtus Bologna nel 1976 guidata da coach Dan Peterson, e deus ex machina di quello straordinario esempio di integrazione che è il Tam Tam basket a Castel Volturno, non nasconde la propria amarezza per la vicenda dell’esame di Suarez all’Università di Perugia.
Antonelli, il primo pensiero? «Non so come spiegare ai miei ragazzi questa enorme ingiustizia. Ho difficoltà a fargli capire una cosa che dovrebbero già aver imparato sulla propria pelle: che nel Paese dove vogliono vivere, chi è ricco ha dei diritti che chi è povero non può avere».
I suoi ragazzi ancora non possono giocare a basket? «Macché, sono nati in Italia ma non possono prendere parte al campionato di Eccellenza a cui vogliamo partecipare. E sapete perché? C’è una fase nazionale, quindi la norma Tam Tam Basket del 2017 non può essere applicata quest’anno. E quindi i miei ragazzi, nati tutti in Italia, sono considerati stranieri e non potranno giocare».
Siamo punto e a capo? «Proprio ieri ho inviato a Petrucci, il presidente della Federbasket, un appello dei miei ragazzi: gli hanno scritto una lettera, una specie di preghiera perché non subiscano questo ulteriore schiaffo, questo ulteriore oltraggio di essere considerati diversi e di non poter giocare a basket ancora una volta. Perché mentre a Suarez concedono come se nulla fosse delle scorciatoie per la cittadinanza, qui neghiamo a ragazzi nati in Italia la gioia semplicemente di giocare a basket. È una disparità insopportabile».
Cosa l’ha colpita di più di questa vicenda? «Se è vera l’intercettazione, quella che dice che poiché guadagna 10 milioni di euro non può essere bocciato all’esame, davvero è una ferita per tutti. Neppure in una vita, tutti insieme, i genitori dei miei ragazzi guadagnerebbero quella cifra. Ma non può esserci diversità perché lui è ricco e i miei ragazzi non lo sono».
E i suoi con l’italiano come se la cavano? «Tutti i miei under 18 vanno a scuola e parlano perfettamente l’italiano. Uno, poi, è in assoluto il migliore della classe. Magari c’è chi non lo scrive bene perché è più difficile ma certo non ho mai sentito qualcuno dei miei parlare all’infinito. Come pare abbia fatto Suarez».
La scuola include e lo sport esclude? «È incredibile il paradosso a cui siamo arrivati. Appellarci a Petrucci, ancora una volta, chiedere una deroga per poter giocare in un campionato minore, solo per divertimento in un mondo dove invece, a certi livelli, la cittadinanza si prende con incredibile facilità. E i miei ragazzi? Nati in Italia, perfettamente integrati, padroni della lingua sono trattati ancora come se fossero ospiti, stranieri, diversi?».
Tra poco saranno maggiorenni e potranno diventare italiani? «Certo, ma nello sport uno va considerato italiano prima, senza questa distinzione che colpisce, che ferisce. Ci sono le caste dei privilegiati, va bene, ma bisogna difendere i deboli. Mi pesa questa enorme discriminazione tra chi ha i soldi, ovvero i milionari del calcio, e quelli come noi che non hanno soldi e trovano ostacoli di ogni genere per far valere un nostro diritto».
Si prepara a un altro braccio di ferro con i vertici del basket? «Non lo so se faremo ancora ricorso se diranno ancora una volta di no pure a questa lettera che i miei ragazzi hanno scritto con la mano sul cuore per poter prendere parte al campionato di Eccellenza. Spero che non ce ne sia bisogno, che ci sia comprensione, che la vicenda Suarez faccia capire che non si devono avere due pesi e due misure».

Pino Taormina (Il Mattino)

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