Il ricordo del Napoli on line: “Grazie, Beppe! Per sempre”

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Scrive Maurizio Santopietro:

Factory della Comunicazione

“Il Napoli lo aspettava come si aspetta un sogno che deve cambiare la storia. E quando nell’estate del 1975 arrivò Giuseppe Savoldi, per tutti “Beppe”, la città capì subito che nulla sarebbe stato più come prima. Due miliardi di lire: una cifra mai vista, che gli cucì addosso per sempre quell’etichetta, “Mister due miliardi”, metà leggenda e metà sfida. Ma Savoldi, a Napoli, non fu mai solo un prezzo. Fu un simbolo.

Veniva dal gol facile, dal carisma silenzioso, dalla concretezza di chi non ha bisogno di effetti speciali per lasciare il segno. E arrivava in una piazza che veniva da un sogno appena sfiorato: il Napoli spettacolare di Luis Vinicio, capace di incantare l’Italia intera e di arrivare a un soffio dalla Juventus. Era rimasto negli occhi di tutti quel calcio coraggioso, moderno, quasi rivoluzionario.

Avevo quindici anni. E come tanti, quel giorno, mi precipitai a comprare il “Corriere dello Sport”: perché certi acquisti non si leggono, si vivono. Si respirano.

Savoldi iniziò come doveva: gol, presenza, promessa mantenuta. Era il centravanti che completava un’idea, che dava sostanza a un sogno. Napoli lo adottò subito, con quella passione totale che sa essere carezza e pressione insieme.

Poi arrivò quella partita contro la Lazio. E con essa, l’imprevisto che spezza i destini. L’infortunio. Il silenzio improvviso dopo il rumore dei gol. E una stagione che, poco alla volta, cambiò traiettoria.

Eppure, anche nei momenti storti, il calcio sa regalare episodi che restano incisi nella memoria più delle classifiche. Come quel giorno in cui il Napoli vinse 1-0 con la punizione di Boccolini. Un gol da custodire dentro. Perché io eri lì, ma nel posto “sbagliato”: in mezzo alla curva Nord laziale. E quell’urlo, che avrebbe dovuto esplodere, si trasformò in un nodo in gola. Trattenuto. Strozzato. Forse ancora più potente proprio per questo. Ecco cos’era il calcio di quegli anni. E cos’era Savoldi dentro quel calcio. Ed ero ancora lì, all’Olimpico di Roma, nel posto giusto, stavolta, quando segnasti due reti contro il Verona per innalzare al cielo la tua terza Coppa Italia.

 

Non solo numeri, non solo il peso di un cartellino. Ma il filo invisibile che lega una squadra a chi la ama. Le attese, le corse all’edicola, le illusioni, le cadute, e quei momenti clandestini di felicità che ti porti dietro per tutta la vita. Oggi che Giuseppe Savoldi se n’è andato, resta tutto questo. Resta il centravanti elegante e concreto, resta il primato che fece epoca, resta il ricordo di una Napoli che sognava in grande prima ancora di vincere davvero. E restano queste storie, caro Beppe. Che, più di qualsiasi archivio, raccontano cosa significa davvero essere parte di una squadra”.

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