Il post verità che manda nel pallone: così non VAR!

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Come nell’ambito politico, la scoperta di immagini strumentalmente artefatte, per costringere alle dimissioni persone invise a inqualificabili detrattori non corregge le opinioni né la richiesta del “congedo”, così il “fattaccio Bastoni”, già accaduto lo scorso anno a danno del Cagliari (inversione di una punizione), dimostra come le regole protocollari, rendendo inapplicabile l’intervento del VAR, finiscano per soffocare la verità evidente delle immagini, oggetto di interpretazioni che diventano dogmi. E qui si consuma il cortocircuito del calcio contemporaneo: la tecnologia nasce per ridurre l’errore, ma il protocollo la imbriglia; la prova televisiva mostra, ma il regolamento non consente di intervenire; l’evidenza c’è, ma non “è intervenibile”. È la post-verità applicata al pallone: non conta ciò che si vede, conta ciò che il protocollo consente di vedere. Il caso che ha coinvolto Alessandro Bastoni, con quella rimessa/punizione invertita che ha generato un’azione decisiva, ripropone una domanda antica: che senso ha il VAR se non può correggere un errore oggettivo perché formalmente “fuori fattispecie”? Non siamo più nel campo dell’interpretazione soggettiva – rigore sì, rigore no – ma nella sfera dell’accadimento materiale.

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Il problema, però, non è un episodio. È la somma degli episodi. È la percezione – e sottolineo percezione, perché nel calcio la psicologia collettiva pesa quanto il regolamento – che esistano difformità applicative. E quando la percezione si radica, diventa narrazione.

Il Napoli lo sa bene. Negli ultimi anni, in più circostanze, la squadra azzurra ha visto episodi analoghi valutati in modo difforme: contatti giudicati fallosi in un’area e “dinamica di gioco” nell’altra, falli di mano letti con metri diversi, linee tracciate al millimetro in alcune partite e “impossibilità tecnica” in altre. Non è questione di complotto, ma di coerenza.

Durante la cavalcata scudetto con Luciano Spalletti, il Napoli ha spesso vinto “nonostante” episodi discutibili, anestetizzando il dibattito. Ma quando il risultato è in bilico, l’errore pesa il doppio. E diventa amplificatore di sospetti. Il nodo vero è strutturale. Il VAR in Serie A nasce per intervenire su quattro categorie: gol, rigori, espulsioni dirette, scambi d’identità. Tutto il resto è territorio franco. Ma il calcio non è compartimentabile in quattro scatole: un fallo invertito può generare un gol; una rimessa sbagliata può cambiare l’inerzia; una valutazione iniziale errata può precludere ogni correzione successiva. E allora la domanda diventa politica, non tecnica: vogliamo la verità sostanziale o la coerenza formale? Perché oggi il sistema sembra privilegiare la seconda. Meglio un errore coerente col protocollo che una correzione fuori schema. È il trionfo della procedura sulla giustizia sportiva.

Il rischio è che il VAR, nato per ridurre le polemiche, finisca per cristallizzarle. Che diventi scudo burocratico: “non si può intervenire”: e qui il Napoli non è un’eccezione, ma un caso emblematico, ricordando i torti evidenti contro il Verona in casa; il rigore negato contro la Juventus a Holiund; la seconda ammonizione solare non comminata da Manganiello che avrebbe messo la squadra azzurra in superiorità numerica contro il Como in Coppa Italia, oppure il rigore dato al Genoa, quando Meret non tocca assolutamente l’avversario pur analizzando il presunto contatto al Var  – Ma negli occhi del tifoso resta solo un’immagine: l’errore visto da milioni di persone e non corretto. Il calcio vive di fiducia. Senza fiducia nell’uniformità delle decisioni, ogni episodio diventa un precedente, ogni precedente una prova, ogni prova una sentenza mediatica. E in un’epoca di post-verità, il passo è breve. Così non VAR.

Perché la tecnologia senza elasticità regolamentare non è garanzia di equità, ma simulacro di precisione. E finché l’evidenza visiva potrà essere archiviata come “non protocollare”, continueremo a giocare una partita parallela: quella tra ciò che accade e ciò che si può ufficialmente riconoscere. E il pallone, ancora una volta, finirà fuori campo.

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