Quando Fabrizio Maiello (il Maradona delle carceri) pianificò di rapire Zola

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Una storia nella storia. È quella che racconta Marco Cattaneo, giornalista di Prime Video e Cronache di Spogliatoio, nel suo “Rapirò Gianfranco Zola” (De Agostini, pp. 288, 18,90 euro). Perché si tratta della vera storia di Fabrizio Maiello, il Maradona delle carceri che pianificò (senza successo) il rapimento di Gianfranco Zola ai tempi del Parma. Dopo il podcast “Il Maradona delle carceri” è la volta del libro che unisce la tensione del true crime al grande racconto sportivo e a una straordinaria vicenda umana di caduta e riscatto. Si tratta dell’incredibile storia di Fabrizio Maiello, promessa del calcio la cui carriera viene stroncata da un infortunio. Fabrizio precipita in una spirale criminale che lo porta a diventare un rapinatore, a subire arresti e ricoveri in ospedale psichiatrico giudiziario. Il culmine della sua carriera criminale è il piano – mai portato a compimento – per rapire l’allora stella del Parma Gianfranco Zola e poi chiedere un maxi riscatto al presidente Tanzi. Lui, Fabrizio, che sul polso ha anche il tatuaggio Napoli ‘87 per il primo scudetto, alla fine non ce l’ha fatta e a tu per tu con il campione del cuore è riuscito solo a farsi firmare la carta di identità.

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Gli piaceva giocare a pallone. Da ragazzino – mentre cresceva in un contesto familiare difficilissimo – Fabrizio era considerato il più forte del quartiere. Lo chiamavano “il brasiliano” perché nell’Italia degli anni ‘70 il modello calcistico di riferimento era quello. Quando poi il Napoli acquistò Diego Armando Maradona dal Barcellona (estate 1984) Fabrizio era in carcere ma continuava a giocare. E da quel momento fu ribattezzato il “Maradona delle carceri”, visto che quando la palla ce l’aveva non ce ne era per nessuno. La sua è una storia di redenzione frutto di un processo lungo e tortuoso, fatto di curve a gomito e gallerie dalle quali oggi è riuscito ad uscire a testa altissima. Il pallone non ha mai smesso di rimbalzare nella sua vita e quello stesso pallone lo ha portato a un livello di frustrazione (un infortunio gli ha impedito di esplodere per davvero come calciatore) tale da cadere nella spirale della criminalità. I dottori non lasciano speranza: «Non puoi tornare in campo». Da ragazzo modello, comincia a frequentare le compagnie sbagliate e a delinquere, dando sfogo alla sua frustrazione. «Ho abbandonato il buon senso per quella voce interiore che mi diceva di distruggere tutto, anche me stesso». Sparatorie, droga, inseguimenti. Fino al tentativo di rapire, nel 1994, Zola. Maiello trascorre 24 anni tra carceri e ospedali psichiatrici giudiziari. Qui decide di dedicarsi alla cura di un uomo malato, riscoprendo sé stesso e il pallone. Attraverso le sue testimonianze e grazie all’incontro con lo stesso Zola a più di 30 anni da quell’episodio”.
Fonte Il Mattino
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