ESCLUSIVA – Daniela Fazzolari (attrice): “Il Torino a Napoli avrebbe anche potuto pareggiare, ma alcuni elementi in rosa non sono da Serie A! Orgogliosa della crescita del calcio femminile!”
L'attrice, famosa anche per aver vestito i panni di Anita Ferri in Centovetrine (Canale 5), si racconta a tutto tondo fra calcio ed iniziative sociali ruotanti attorno al mondo del pallone
Daniela Fazzolari, attrice e co-fondatrice del blog ‘Donne in Contropiede‘, ha rilasciato un’intervista esclusiva ai microfoni de ilnapolionline.com toccando vari temi, dalla sua carriera artistico-cinematografica fino alla passione per il calcio e per il suo Torino, reduce dal ko sul campo del Napoli e più che mai invischiato nella lotta per non retrocedere.
Come nasce la tua passione per il calcio e per il Torino?
“Io a questa domanda rispondo sempre che del Toro ci si nasce. Sono proprio convinta che sia qualcosa di genetico, di epidermico. Oltre a ciò, io ho fatto danza classica dall’età di quattro anni e mezzo con Susanna Egri. Che è nientepopodimeno che la figlia di Erno Erbstein, fondatore del Grande Torino che perì nella tragedia di Superga, quindi questa concomitanza di eventi non ha fatto altro che rafforzare questo legame. Ma la fede per i granata era già dentro di me da quand’ero bambina anche perché in casa mia nessuno è del Toro: non è stata una cosa che mi è stata tramandata in famiglia, ma è nata proprio con me. Per questo dico con convinzione che granata ci si nasce. Io ho vissuto i racconti, ho vissuto tutto quello che è il fulcro di questa squadra e di questa storia incredibile“.
Il Torino quest’anno compirà 120 anni. C’è una gara, un momento della lunga storia granata a cui tu sei particolarmente legata ancora oggi?
“Un momento che mi è rimasto impresso ancora oggi è l’ultima giornata di Serie B 1998-99, quando il Torino – già promosso in Serie A – affrontò la Reggina anch’essa alla ricerca della promozione in un Delle Alpi gremitissimo. Il mio papà è proprio di origine calabrese, di Siderno, ed io ho tantissimi amici d’infanzia calabresi come suggerisce anche il mio cognome, che non è per niente torinese. Di quel giorno ricordo la festosa invasione di campo collettiva alla fine della partita, un tripudio di colori in una giornata di festa che porto ancora oggi nel cuore. Per la felicità, portammo via delle zolle di terra (ride, ndr), una cosa incredibile che oggi difficilmente si verificherebbe essendo cambiati i regolamenti”.
Da diversi mesi, il presidente Cairo è al centro di diverse contestazioni da parte della tifoseria. Qual è la tua posizione in merito?
“Io ho creduto molto in una rinascita del Toro al suo arrivo, non sono di quelle persone che si attaccano alla partita in sé o al voler per forza che il presidente venda la società anche in assenza di un compratore. L’ultima formazione in cui mi sono identificata come tifosa è stata quella di due stagioni fa quando sfiorammo la qualificazione europea. Dopo che anche quella squadra è stata smembrata, mandando via due degli uomini-simbolo quali Buongiorno e Ricci, ho iniziato anch’io a provare un forte malcontento che è comune a molti tifosi, purtroppo. A volte, ascoltando certi discorsi, sembra che il presidente viva in un altro mondo”.
Da queste tue parole mi ricollego al presente. Cosa pensi della stagione fin qui e come vedi il futuro?
“Il futuro non è sereno per niente. La squadra è stata rinforzata con degli innesti ‘di fortuna’ ma casuali, che testimoniano l’assenza di una progettualità nel creare veramente una rosa che sia amalgamata in tutti i reparti. Vedi il Como, che ha messo su uno squadrone puntando su giovani, non spendendo quasi nulla rispetto
alle grandi squadre, però con una progettualità oltre che con una proprietà abbastanza solida alle spalle. Se non c’è la volontà di metter su una vera squadra, è praticamente impossibile andare lontano: non abbiamo una
difesa da ormai non so quanto tempo e, pur essendo la più battuta del campionato, la si è lasciata così.
Calciatori come Simeone o Casadei sono certamente di valore, ma è inaccettabile continuare a non rinforzare la squadra secondo le esigenze. A mio parere, in tutti questi anni sono riusciti a toglierci l’essenza della passione granata, tutto ciò che veniva tramandato da bisnonno a nonno e da padre a figlio e far venire meno un entusiasmo che mai si pensava sarebbe scemato. Lo stadio vuoto delle ultime settimane è il risultato di questo stato d’animo: dispiace per i giocatori che hanno bisogno di supporto, ma loro vanno e vengono perché chi resta davvero sono i tifosi. E’ una constatazione amara ma giusta. In tutto ciò, la ciliegina sulla torta sarà il derby contro la Juventus all’ultima giornata: è come sparare sulla Croce Rossa, a maggior ragione se non dovessimo essere ancora salvi”.
Secondo te al Torino cosa è mancato per avere la meglio sul Napoli, anche nei minuti finali quando si poteva provare a portare via un punto?
“Ci sono alcuni elementi in rosa che non sono da Serie A. Alcuni errori tecnici da parte di alcuni giocatori non sono più accettabili, in questa situazione. Raramente vien fuori qualche guizzo, ma nel complesso la squadra continua a commettere errori nonostante il cambio d’allenatore e a questo punto della stagione eventuali passi falsi costano cari. Ma, come dicevo, i problemi partono dall’alto”.
Qualche mese fa hai fondato il blog Donne in Contropiede, format che parla di calcio e composto in prevalenza da donne.
“Esattamente, con Silvana Perrini, Cristina Borrelli – tifosa del Napoli – e tante altre donne, ognuna della propria squadra del cuore. Abbiamo sostenitrici di tutti i club. Siamo tutte donne appassionate di calcio e abbiamo messo su questo blog proprio perché liberamente possiamo affrontare, partendo dal calcio, anche temi sociali.
Siamo tutte donne, ognuna con il suo lavoro e la sua vita, chi è mamma, chi è studentessa. Ed è bello vedere che si muove sotto il profilo femminile. Abbiamo visto che il calcio femminile è cresciuto molto.
E proprio esternare le sensazioni da parte della tifoseria femminile e di chi si occupa di calcio femminile è qualcosa che ci sta dando soddisfazione. Ci fa scoprire veramente dei tratti che, probabilmente sempre a causa di fattori sociali ben radicati, sono sempre stati un po’ racchiusi nel guscio. Ed è bello.
Siamo tutte persone che abitiamo in città diverse e crediamo molto in questo progetto. Io ho a che fare con tante bambine e ragazzine che giocano a calcio ed è davvero bello vedere il loro impegno costante in questo sport. Questo è il lato bello dell’iniziativa. E i risultati sono ottimi”.
Ieri era l’8 marzo. Secondo te, da donna, cosa è indispensabile fare ancora per rendere questi temi – tradizionalmente ‘maschili’ – pienamente accessibili anche alle donne?
“Sono contenta di vedere che a livello di società c’è un forte impegno ad investire nelle squadre femminili. I tornei a cui spesso prendono parte sono sempre più frequenti e credo di poter dire che siamo all’inizio di uno sdoganamento. In contesti prettamente maschili poter contare su donne che sanno di calcio, e ce ne sono, potrebbe dare più voce a questo comparto. C’è solo da sperare che questo accada ma noto che l’attenzione è già molto alta. Anche all’interno delle scuole calcio vedo che si va sempre più alla ricerca di bambine che abbiano questa passione. Da fuori è veramente bello vederlo, mentre prima era assai rara come cosa.
Oggigiorno invece vedere ragazzine che escono da scuola insieme con la borsa da calcio e vanno a praticarlo è una cosa che fa bene al cuore”.
Tu sei nota al grande pubblico per aver interpretato Anita Ferri e, successivamente, Diana Cancellieri, in Centovetrine, celebre soap opera di Canale 5 che debuttò nel gennaio 2001. A distanza di anni, cosa ricordi della soap e dei personaggi da te interpretati?
“Centrovetrine per me è stato veramente un salto nel vuoto, perché al tempo ero una giovanissima attrice che aveva appena finito il suo percorso accademico. Avevo già avuto dei ruoli in alcuni film per il cinema, ma non avrei mai immaginato di essere catapultata in un prodotto televisivo di lunga durata. Invece mi sono trovata in questo prodotto, di cui almeno inizialmente nessuno di noi credeva potesse funzionare sebbene nato in scia a Vivere (soap andata in onda su Canale 5 fra il 1999 e il 2008, ndr) di cui si temeva potesse venir fuori una brutta copia. Inoltre, il personaggio di Anita non era nemmeno pensato per durare così tanto. Il successo della soap fu entusiasmante sin dalle prime battute: strada facendo ci si rese sempre più conto di star realizzando qualcosa di piacevole sia per le donne che per gli uomini: abbiamo avuto la fortuna di sdoganare un genere fino a quel momento un po’ di nicchia. Io sono sempre stata molto grata di poter contare su degli scenografi e degli sceneggiatori che considero, ancora oggi, il gotha della televisione italiana. Eravamo tutti giovani, eravamo tutti più o meno agli inizi, però erano tutte persone che sapevano fare il loro mestiere in modo eccelso. E questa è stata la chiave di questo successo, a mio parere: nonostante noi fossimo a Torino, gli sceneggiatori scrivevano da Roma e mostravano grande attenzione ai personaggi ed alle loro caratteristiche. Centovetrine è stata quindi un successo del gruppo, non del singolo, grazie a situazioni che si erano incastrate perfettamente. Per quanto riguarda me, è stato divertente interpretare un personaggio che era lontano dalle mie radici, dal mio modo di vivere. Gli anni di studio in accademia mi sono stati di grande aiuto: vestire i panni di Anita è stato per me come immergersi in una palestra meravigliosa. In un primo tempo, abbandonai la soap perché il mio nucleo familiare si era disgregato: erano tutti ‘morti’ e quindi anche tecniche come l’utilizzo di flashback e lettere sarebbero state complicate da attuare a lungo. Tornai a distanza di anni ad una sola condizione: non rivestire i panni di Anita. Quindi era indispensabile che mi proponessero un qualcosa a cui io avessi creduto per prima ed arrivai ad interpretare Diana. Fu trovata una chiave ma tutto fu spazzato via a causa della chiusura della soap nel 2016, nonostante fosse già in preparazione una nuova stagione che a livello d’ambientazione si voleva rendere simile a quella dei primi anni. Fu un duro colpo per tutto il cast, però è andata com’è andata. La soap all’inizio fu realizzata davvero bene e le esterne erano numerose, poi con il tempo tutto si affievolì ed il centro di produzione a San Giusto Canavese, in cui si effettuavano le riprese, venne completamente abbandonato quando avrebbe potuto dare lavoro al territorio e generare un importante indotto”.
In tanti anni di set, c’è un momento che ancora oggi ricordi con piacere?
“Tutti quelli vissuti in compagnia di Pietro Genuardi, la cui perdita lo scorso anno è stata straziante per chiunque lo abbia conosciuto. Io e Pietro ci frequentavamo anche all’esterno, abbiamo condiviso ogni esperienza sul set e siamo rimasti in contatto fino a poche settimane prima della sua morte. La sua scomparsa per me è stata anche un modo per cercare di non pensar più a Centovetrine, perché ogni cosa comunque mi ricorderebbe lui. Pietro è stata la prima persona incontrata insieme a Roberto Alpi, due persone che mi sono state di supporto da subito e lo sono state poi anche fuori dal set. Se il pubblico ha potuto apprezzarci per tanti anni, lo dobbiamo ad una straordinaria catena di montaggio di cui ne vado fiera ancora oggi”.
Progetti futuri?
“Ho diversi fronti aperti e sono in attesa. Il momento che stiamo vivendo è complesso e le produzioni italiane faticano ad emergere rispetto al passato. Oggi è molto più forte la tendenza apertasi con Netflix e tutto ciò che comporta. Ma il prossimo 26 maggio sarò a Napoli, al Maradona, per La Notte dei Leoni: un evento che stiamo organizzando insieme alla Nazionale Attori, di cui faccio parte. Io sono la referente delle scuole e ne stiamo contattando tante del territorio napoletano. E’ una bella iniziativa anche perché è a supporto sia della Fondazione Santobono Pausilipon sia per la ricostruzione di un teatro a Nisida. Attraverso il calcio, nonostante tutto, si riesce ancora a fare delle cose che portano del bene alla società”.
Intervista a cura di Riccardo Cerino
