«Nel mio prossimo viaggio a Napoli andrò a Castel Capuano: voglio ammirare il busto di Vincenzo, dopo aver visto i murales dedicati a Diego. Loro sono simboli della città» dice Fernando Signorini, l’uomo più vicino a Maradona ai microfoni de Il Mattino. Fin dall’83 preparatore atletico del Pibe, che gli affidò poi i muscoli dei giocatori della Seleccion guidata al Mondiale in Sudafrica. Sette gli anni a Napoli, tra i trionfi della squadra ei drammi della tossicodipendenza. «E abbiamo incontrato qui una persona meravigliosa come l’avvocato Vincenzo Siniscalchi».
Come nacque questo rapporto?
«Siniscalchi faceva parte del Cda del Napoli. Fu accanto a Diego in alcune delicate questioni, tra cui l’accusa di rapporti con la malavita e il traffico di cocaina. Dal suo atteggiamento protettivo si capì subito che a lui interessava Diego, non Maradona».
In che senso?
«C’è una distinzione tra Diego, l’uomo con le sue grandezze e le sue fragilità, e Maradona, il campione che doveva per forza apparire invincibile. Ecco, Vincenzo, nel rispetto della sua professione, fu un amico sincero e questo affetto era ricambiato. Diego capì che questo grande uomo lo avrebbe sostenuto nei momenti più duri».
Proprio a Castel Capuano, dove è stato recentemente svelato il busto dedicato a Siniscalchi, vi fu un drammatico interrogatorio l’8 febbraio 1991: Maradona era accusato di essere coinvolto in un giro di droga e prostituzione.«E Vincenzo era là, al suo fianco, nell’ultima fase della sua esperienza a Napoli. Ricordo che il giorno prima di una partita l’avvocato improvvisò una conferenza stampa nello spogliatoio del Centro Paradiso, salendo su un tavolo affinché tutti i giornalisti potessero ascoltarlo. Era il suo modo non soltanto di fare chiarezza su quella vicenda giudiziaria che era deflagrata in maniera clamorosa ma anche per fare da scudo a Diego. Pochi giorni dopo, sul campo di Pisa, Maradona consegnò a Zola la maglia numero 10: fu il passaggio di consegne».
E c’era sempre Siniscalchi nei giorni della squalifica per doping e della fuga in Argentina.
«Andai a Roma con Vincenzo per assistere alle controanalisi presso il laboratorio dell’Acquacetosa: ci era sembrato tutto molto strano e comunque non poteva reggere l’accusa di aver alterato le prestazioni sportive, nessun inganno da parte di Maradona. Durante il viaggio in auto l’avvocato mi parlò della sua vita, dei personaggi che aveva incrociato nella sua carriera, come il boss della mala italo-americano Lucky Luciano che si era trasferito a Napoli. Siniscalchi e Luigi Ferrante ci furono molto vicini nel periodo del distacco da Napoli e dal Napoli, sul piano professionale e soprattutto umano. Il giorno di Pasquetta, quando Diego decise di tornare in Argentina, Vincenzo era a casa sua, in via Scipione Capece. Contattò il ministero degli Interni per avvisare la polizia di Fiumicino che da lì a qualche ora sarebbe arrivato Maradona: c’erano decine di giornalisti e cineoperatori, Diego fu scortato dagli agenti per evitare l’assalto e riuscì a raggiungere in una sala dell’aeroporto Claudia e le figlie. E i rapporti non si interruppero dopo il ritorno in Argentina. Vincenzo e Diego si sarebbero rivisti in giro per il mondo e, quando non era possibile, l’avvocato seguiva con attenzione e affetto tutto ciò che riguardasse il suo amico. Come in occasione della partita d’addio al calcio di Maradona».
La festa alla Bombonera di Buenos Aires il 10 novembre 2001, quando Diego salutò tra le lacrime dicendo: la pelota no se mancha, il pallone non si sporca.
«Siniscalchi non riuscì a venire a quell’evento che riunì tutti gli amici di Maradona. Seguì in tv la partita dalla redazione di un quotidiano a Napoli. Il giorno dopo mi chiamò un amico giornalista e mi disse che Vincenzo aveva pianto. Erano passati più di dieci anni dalla partenza di Diego dopo la squalifica ma il sentimento era intatto».
Maradona come era entrato nel cuore di Siniscalchi?
«Vincenzo aveva una grande cultura, non era soltanto il migliore degli avvocati. Ed era dotato di una spiccata sensibilità. Intuì subito che Diego era un uomo speciale, che andava oltre le convenzioni. Non voleva sottostare a un potere e piacere per forza a tutti. Siniscalchi capì l’uomo, con le sue debolezze. Comprese e rispettò il suo pensiero autonomo. L’avvocato ha lasciato un segno anche nella mia formazione: mi fece capire quanto fosse importante non essere una pecora del gregge. E quel busto di Vincenzo, adesso esposto nello storico tribunale di Napoli, è l’omaggio a chi nella sua carriera di grande penalista ha difeso anzitutto la città».
