L’ultimo scandalo – A più di 5 anni dalla scomparsa del Campione riparte il processo
Il 17 marzo di 35 anni fa Maradona giocò l’ultima partita a Napoli, in quello stadio che gli sarebbe stato dedicato dopo la sua scomparsa. E proprio il 17 marzo, tra otto giorni, riparte il processo per accertare le cause di una morte che addolorò il mondo. Era il 25 novembre 2020, la notizia arrivò in Europa nel pomeriggio. «Diego è morto». L’aveva dribblata con un tocco mancino, la morte, vent’anni prima, quando subì un arresto cardiaco a Punta del Este per abuso di cocaina. Il cuore sofferente resse e tornò a vivere, arrivando a coronare – era il 2009 – il sogno di allenare la Seleccion.
La guidò al Mondiale in Sudafrica, dal quale fu escluso dalla Germania. E quel giorno Maradona capì che la sua carriera da allenatore non sarebbe stata straordinaria come quella da calciatore. El Diez era il tecnico del Gimnasia La Plata in quell’inverno del 2020. Aveva festeggiato sul campo della squadra i suoi sessant’anni il 30 ottobre. Erano i tempi del lockdown, lui si nascondeva dietro la mascherina nera per le sue serie patologie. Non camminava: si trascinava. Stava male e nessuno se ne accorgeva, o fingeva. Il 3 novembre fu operato al cervello e poi accompagnato in un appartamento a Tigre, nella cintura urbana di Buenos Aires, dove sarebbe finita la sua vita, non la sua leggenda. Quella notizia: «Diego è morto».
Il penoso scenario
Per la morte di Maradona, l’unico Re del calcio, sono stati rinviati a giudizio otto tra medici e infermieri. Avrebbero dovuto assisterlo nell’appartamento del Barrio St. Andres di Tigre, scelto dalle figlie del Pibe per la convalescenza nonostante il parere contrario dei sanitari della clinica Olivos dove era stato operato alla testa, ma – questa l’accusa dei magistrati – non lo fecero. Inadeguato il livello di assistenze per un ammalato complesso come Maradona. A stento veniva misurata la pressione e somministrato qualche farmaco, talvolta associato ad oppiacei. Intorno a Diego si era creato un cordone ma non esattamente sanitario.

Era stato isolato dai suoi familiari e dagli amici. Erano i tempi dell’immediato post-Covid e diventava difficile un contatto, anche per le figlie. Chi aveva alzato questo muro? Secondo Dalma e Gianinna Maradona, era stato l’ultimo agente del padre, l’avvocato Matias Morla, contro cui hanno avviato una causa per gli affari commerciali (e anche contro le loro zie, le sorelle di Diego, socie di Morla). E poi c’era Leopoldo Luque, il neurochirurgo che quella sera del 3 novembre non operò Maradona alla testa anche se era il suo medico di fiducia. Luque è uno degli otto accusati di omicidio con dolo eventuale, pena che in Argentina prevede da 8 a 25 anni di detenzione. È stato già condannato dal cosiddetto tribunale popolare, tanto è vero che ha cambiato fisionomia: fisico palestrato, è apparso irriconoscibile nelle prime udienze del primo processo.
Il nuovo processo
Gli altri indagati sono la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Angel Diaz, il medico coordinatore Nancy Edith Forlini, il coordinatore degli infermieri Mariano Ariel Perroni, l’infermiere Ricardo Omar Almiron e il medico Pedro Pablo Di Spagna. Contro Luque, Diaz e Cosachov si è scagliata una delle figlie di Diego, Jana, in un’intervista al sito Infobae.com: «Hanno ucciso mio padre. A volte arrivo in udienza e gli imputati se la ridono a crepapelle, mi fissano, senza salutarmi, come se niente fosse. È una mancanza di rispetto, loro dovrebbero soffrire per quanto è accaduto. Le testimonianze raccolte confermano che la morte di mio padre poteva essere evitata». L’infermiera Gisela Dahiana Madrid ha ottenuto di essere giudicata da una giuria popolare e la prima udienza è andata molto male, con il giudice Maria Coelho (Settima sezione penale del tribunale di San Isidro) che ha detto al suo avvocato Rodolfo Baqué: «Questo è un processo, non uno show».
Baqué, infatti, in quella che viene tecnicamente definita la “fase di stipulazione”, ovvero di definizione dei dati certi del processo, ha contestato la data di morte di Maradona, nota in tutto il mondo. E, quando si è trattato di redigere l’elenco dei testimoni, ha chiesto di inserire Cosme Iribarren, uno dei pm.
Il processo riparte da zero perché il primo è stato sospeso nella primavera dello scorso anno dopo che uno dei giudici, Julieta Makintach, aveva di nascosto fatto riprendere alcune udienze da una troupe televisiva che doveva realizzare un documentario. Il primo processo era iniziato l’11 marzo 2025 con il pm Patricio Ferrari che nell’aula del tribunale di San Isidro mostrò la foto di Diego sul letto di morte. Un corpo gonfio, quello di un uomo che era stato abbandonato a sé stesso.
«Chiunque tra gli imputati affermi di non aver compreso quello che stava succedendo a Maradona sta chiaramente mentendo. Le sue condizioni erano evidenti. Il ricovero domiciliare era stato temerario, deficitario e senza precedenti: non è stato rispettato nessun tipo di protocollo e nessuno ha fatto ciò che doveva fare», l’accusa del magistrato. Vi sono indagati (Luque) che hanno scelto come legale l’avvocato del presidente della Repubblica Menem e altri che intendono bloccare questo procedimento appellandosi alla garanzia giuridica del “ne bis in idem”. Ma nessuno qui è stato processato, con condanna o assoluzione. Fonte: Il Mattino
