Addio al maestro Rino Marchesi: sfiorò lo scudetto col Napoli
Addio al maestro Rino Marchesi: sfiorò lo scudetto col Napoli
Si è spento Rino Marchesi, ex tecnico del Napoli, aveva 88 anni.
Fonte: Il Mattino
Un maestro garbato, con poca fortuna. È morto a Sesto Fiorentino Rino Marchesi, il tecnico col sigaro e con il neo sulla guancia sinistra, che sfiorò nel 1981 lo scudetto con il Napoli di Krol. Aveva 88 anni. Era un altro grande Napoli, dopo quello di Sivori e Altafini e quello di Vinicio. Un Napoli che provava a dribblare le macerie e le ferite del terremoto del 23 novembre, piaceva a pochi per l’eccesso di tatticismo del suo allenatore ma incantava per l’umiltà e il senso della misura di quel l’uomo che era stato proclamato eroe a Firenze per aver conquistato da calciatore nel 1966 la Coppa delle Coppe. Maestro, una grande pazienza, mai sentito alzare la voce: ha allenato l’ultimo Krol e l’ultimo Platini, ma soprattutto il primo Maradona italiano. C’era lui sulla panchina azzurra il giorno dell’esordio del Pibe de oro a Verona, quando Briegel lo massacrò.
Un’icona inconfondibile del calcio italiano degli anni ’80 ma con un curriculum troppo ricco di piazzamenti e povero di successi. Colpiva per la signorilità, il garbo, il senso della misura con cui parlava e agiva. Senza farsi pestare i piedi, senza polemiche forti, sempre difendendo “i suoi ragazzi”. «Diego? Con me si allenava sempre: mentre gli altri erano a fare la doccia, lui giocava con i ragazzi della Primavera a Soccavo». Marchesi ha vissuto due vite a Napoli: la prima dal 1980 al 1982 terminò con un tradimento, per la chiamata di Fraizzoli all’Inter di Oriali, Altobelli, Muller per sostituire Bersellini.
Forse, l’unica macchia: perché si era accordato segretamente con i nerazzurri quando la stagione col Napoli non era ancora finita. Vinazzani, con cui era legatissimo, gli organizzò con la squadra la cena d’addio. Da separato in casa guidò gli azzurri in un torneo amichevole negli USA, la Transatlantic Cup voluta dai Cosmos di Giorgio Chinaglia. Ferlaino s’infuriò, ma fu costretto a trovare un sostituto e con il ds Bonetto prese Giacomini.
LA CARRIERA
Era stato protagonista di due annate straordinarie nell’Avellino e lo scandalo del calcioscommesse che costò agli irpini cinque punti di penalizzazione non lo coinvolse. L’ingegnere Ferlaino e il dg Juliano volevano un tecnico giovane mentre la serie A si preparava a riaprire le frontiere. Arrivò Rudy Krol: a cinque giornata dalla fine, dopo il gol di Musella in casa del Torino, il Napoli di Castellini, Marangon, Bruscolotti, Nicolini, Guidetti, era in testa alla classifica a pari punti con Juve e Roma.
Ma il 26 aprile ‘81, contro il Perugia, ultimo in classifica, il sognò svanì per un’autorete di Ferrario al San Paolo dopo 60 secondi e per un palo di Claudio Pellegrini, bomber con 11 gol. La rete di Palo a Como al 91’ allungò l’illusione ma nello scontro diretto con la Juventus di Brady, i bianconeri vinsero 1-0. Al termine della stagione il Napoli si classificò terzo in classifica (dietro la Roma di Liedholm e Falcao), mentre in quella successiva Marchesi condusse gli azzurri al quarto posto. Ferlaino perdonò il tradimento e quando esonerò Santin e nella stagione 83/84 lo richiamò a dieci giornate dalla fine: erano le ultime gare in azzurro di Dirceu (che ritroverà a Como) e Krol ormai col ginocchio a pezzi.
L’ultimo Napoli prima di Maradona si salva con due rigori alla penultima giornata. Ferrario sbaglia il primo e segna l’altro, dopo l’1-0 di Frappampina contro l’Udinese. E con la salvezza arriva la riconferma. Era a Milano quando Juliano prendeva a Barcellona Diego Maradona. Non ci credeva neppure lui. Gioca con Maradona e Bertoni e dopo un girone di andata da lacrime, la svolta arriva nel ritiro di Vietri sul Mare quando Bagni e Diego siglano la pace sotto gli occhi di Marchesi col suo sigaro spento sempre in bocca: inizia la rimonta dal 4-3 con l’Udinese e un girone di ritorno con una sola sconfitta, con il Milan. Con Delfrati, il vice, ogni sabato ammirava la Primavera di Sormani, pronto a lanciare i giovani.
E infatti è lui a far debuttare, a 17 anni, Ciro Ferrara facendogli marcare Boniek. Il suo ciclo a Napoli finisce lì, Ferlaino e Allodi puntarono su Bianchi. Torna in provincia a Como, ancora una salvezza e la chiamata dell’avvocato Agnelli: inizia l’ultima grande avventura alla Juventus, dopo il ciclo di Giovanni Trapattoni. I bianconeri sono i campione d’Italia e hanno come capitano Michel Platini e in campo Gentile, Scirea, Laudrup, Vignola. Ed è lui sulla panchina della Juventus, il 9 novembre del 1986, quando Roi Michel si arrese a Diego (3-1) e il Napoli si avviò con Bianchi verso la conquista del primo scudetto. Pochi giorni prima a Madrid, la sua Juve era stata eliminata ai rigori dal Real di Leo Beenhakker. Con Platini che non aveva calciato nessuno dei tiri dal dischetto.
«Ho deciso io», disse. Ma non era vero. Racconterà: «Ho visto l’alba di Diego e il tramonto di Michel, mi sento fortunato. Però avrei potuto essere l’allenatore del primo scudetto del Napoli, e ancora oggi ho qualche rimpianto». «Platini l’ho allenato dopo il Messico, era stanco e con problemi fisici, pubalgia, sciatalgia. Ma sempre elegante. Conservo un’immagine malinconica: in allenamento non gli entravano più le punizioni, a un certo punto chiese a me “Mister, mi aiuta? Non so più segnare”. Io sorrisi: “Uno col tuo piede chiede aiuto a me? Che posso insegnarti?”».
