Sal Da Vinci: “Giocavo sulla fascia ma è meglio cantare. Ricordo Maradona ma nel mio cuore c’è Ciro Caruso””
Il cantante si racconta il giorno dopo il successo a Sanremo: “Conte? Troppi infortuni anche se lui è un guerriero.
Se è vero, come dice Sal Da Vinci, che “le canzoni vengono consegnate alla vita come i figli”, chissà che non siano i tifosi del Napoli (e forse non solo) a impossessarsi di Per sempre sì, con cui il cantante ha vinto il Festival di Sanremo e farne un coro per gli azzurri. In fondo, non si parla d’amore e di fedeltà? E non dispiacerebbe certo a Salvatore Michael Sorrentino, in arte Sal Da Vinci, nato a New York il 7 aprile del 1969 (il giorno dopo una sconfitta del Napoli con la Juventus: si viene al mondo soffrendo), cresciuto a Mergellina, figlio d’arte (il padre Mario è stato un leone della musica neomelodica), una carriera cominciata a 7 anni e passata anche attraverso le sceneggiate (“Si prendeva una canzone e ci si costruiva intorno una trama”, raccontava lui a Sanremo), i musical e il cinema. Ha inciso quasi trenta album dal 1976, è stato scelto dal maestro Roberto De Simone come protagonista in Opera Buffa del Giovedì Santo, ha collaborato con Renato Zero, Gaetano Curreri, Clementino, Ornella Vanoni e Gigi D’Alessio. Insomma, Da Vinci non è solo Rossetto e caffè. E poi c’è l’amore dichiarato per il Napoli. Anzi, per il calcio in generale.
“Mi piaceva giocare sulla fascia quando avevo i polmoni più d’acciaio di oggi ma, per me, è meglio la musica — racconta Da Vinci, al termine di una domenica passata a concedersi a microfoni e telecamere -. Mi sono comunque sempre sottoposto all’allenamento cardio per poter affrontare i concerti. E ho fatto parte della Nazionale Cantanti per tanto tempo, rientrando dopo un periodo di pausa. Ne seguo sempre i progetti di beneficienza. Ma, comunque, da noi il calcio è di famiglia”.
Perché? “Mio fratello Francesco ha giocato in serie C mentre mio genero, Salvatore Santoro, ora è al Guidonia, prima era ad Arezzo ed è stato del Pisa. E così, anche se il mio rapporto con il Napoli è principalmente quello del tifoso romantico, perché sono molto, molto, molto appassionato, mi considero anche abbastanza attento agli aspetti tattici”.
Il Napoli di Antonio Conte come le sembra? “Antonio ha fatto benissimo il primo anno e sta facendo dei miracoli in questa stagione. Perché partire bene e poi vedersi decimata la squadra non è facile: sfido chiunque a mantenere il passo del campionato precedente. Conte, però, è un vero e proprio guerriero e anche un maestro per i suoi ragazzi”.
Riavvolgiamo il nastro: la prima partita vista al San Paolo? “Ricordo solo che ero un bambino, siamo andati allo stadio ma non saprei dire per quale incontro. Ricordo invece benissimo lo scudetto del Napoli di Maradona nel 1987. Mi sembra oggi se ripenso all’entusiasmo che ha attraversato la città per giorni. Ha avuto un sapore particolare anche il terzo scudetto, nel 2023, perché inaspettato, ma inaspettato nel vero senso della parola, costruito, giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Insomma, sfidando le ripide salite”.
Citazione di “Per sempre sì”… “Chiaramente”
A proposito di Napoli e scudetti: cosa ricorda di Diego Maradona? “Non ho avuto modo di conoscerlo personalmente ma mi è capitato di vederlo nelle strade della città, naturalmente circondato da una folla oceanica. Penso sia giusto ricordare che se sei sottoposto a quel tipo di pressione, tutti i giorni, fino a farti mancare il fiato, non è facile gestire tutto”.
Chi è il calciatore del Napoli cui è più affezionato, in tutti questi anni? “C’è stato un calciatore che poteva affermarsi come uno dei più bravi centrocampisti italiani ma che, purtroppo, è stato frenato dagli infortuni: parlo di Ciro Caruso (in azzurro a più riprese fra 1993 e 2002, ndr), un ragazzo che non ha mai incrociato la fortuna lungo la strada della sua vita. Andava in campo praticamente senza ginocchia e faceva la differenza ma è stato uno dei più bravi centrocampisti italiani. Pensa se fosse stato bene. Lo stimo, siamo molto amici”.
Raccontano poi di un curioso episodio con Luciano Spalletti, quando l’attuale tecnico bianconero allenava a Napoli. “Una sera, subito dopo la vittoria dello scudetto, lui portò a cena la squadra. Io ero nello stesso ristorante. A un certo punto si avvicina e, stando alle mie spalle, canticchia una mia canzone. Non sapevo fosse lui, rimasi sorpreso. Poi mi voltai. Un bell’omaggio”.
A proposito di canzoni; qual è il segreto di “Per sempre sì”, cosa l’ha resa il brano vincente? “Ha vinto perché è una canzone onesta, una canzone sincera con un messaggio ben preciso. Ovvero la consacrazione dell’amore in generale, parlo di amore in senso universale. Forse il segreto è stato l’onestà nel proporla in un momento anche confuso sul valore dei sentimenti. Credo che questa canzone abbia unito il pubblico o, quantomeno, abbia fatto riflettere con il suo messaggio semplice e pulito”.
Con chi condivide questo successo? “Con Geolier (il rapper di Secondigliano che arrivò secondo nel 2024, tra le polemiche, ndr). Mi ha chiamato dopo la vittoria, che in qualche modo è un compimento di quanto fatto da lui”.
Perché ha detto che “questa è la vittoria di un popolo? “Perché è la realizzazione di tutti quelli che, come me, hanno perseverato. Chi lavora, vince. Napoli ha sempre cantato, pure senza Sanremo”.
Chi deve ringraziare? “Mia moglie Paola, che è stata ed è una compagna di vita importante. Grazie a lei sono riuscito a sopravvivere nella tana dei lupi, mi ha sempre sostenuto e incoraggiato. Ci conosciamo dall’84, il primo bacio è stato a Posillipo e siamo arrivati sino a qui. Non ci siamo parlati tanto, ma ci siamo guardati, e questa la cosa più bella”.
FONTE Gazzetta
