S. Lodo: “Vergara? Capii subito che sarebbe diventato un giocatore ‘mostruoso’ “

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​Ai microfoni di Napolità, si è gentilmente concesso Salvatore Lodi, storico “primo Presidente” calcistico di Antonio Vergara. Lodi, alla guida della FC Élite Academy Lodi, coordina una realtà d’eccellenza che da anni trasforma la passione della provincia napoletana in un vero laboratorio di talenti, capace di lanciare giovani promesse verso i palcoscenici del calcio nazionale.

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Salvatore, tu hai visto Antonio Vergara muovere i primi passi. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che davanti a te non c’era solo un bravo ragazzino, ma un futuro professionista?Aveva circa 7 anni. Lo vidi in un torneo a Crispano e fu un colpo di fulmine calcistico: non si fermava mai. Se perdeva palla, faceva di tutto per riconquistarla. Capii subito che sarebbe diventato un giocatore ‘mostruoso’. La sua forza è stata la ‘capa tosta’: ha superato gli infortuni e si è preso il suo sogno con le proprie forze. Nessuno gli ha regalato nulla.”

Oggi che lo vediamo protagonista nel calcio che conta, qual è l’aspetto della sua maturazione che ti rende più fiero?“Senza dubbio la fisicità. Prima era un tipo esile, mingherlino. Quando l’ho rivisto in campo contro la Fiorentina e la Roma sono rimasto impressionato dalla muscolatura che ha messo su; ora è difficile spostarlo. Ma la cosa più bella è che Antonio col pallone ‘ci parla’. Lo accarezza, gli dà del tu, lo coccola. Altri giocatori lo prendono a schiaffi, lui no: questo è il suo marchio di fabbrica.”

Qual è l’emozione più forte che hai provato nel vederlo difendere i colori del Napoli?“La partita con il Chelsea è stata qualcosa fuori dal normale, un’emozione incredibile. Io non vado quasi mai allo stadio perché il lavoro con la scuola calcio mi impegna tutta la settimana, ma per Napoli-Fiorentina ho voluto esserci. Vedere un proprio giocatore dal vivo fare gol davanti a 50.000 spettatori è una sensazione indescrivibile. Sono orgogliosissimo di lui.”

Il calcio italiano sembra avere paura di lanciare i talenti fatti in casa. Secondo la tua esperienza, dove stanno sbagliando le società e i settori giovanili?“Purtroppo pesano troppo le raccomandazioni. Se lavorassimo con serietà nelle scuole calcio, produrremmo molti più talenti. Il problema è il coraggio: gli allenatori delle grandi squadre vogliono giocatori già pronti, non vogliono rischiare. Bisognerebbe invece tornare a ‘costruire’ l’atleta internamente, lavorando su tecnica e tattica. Questa mancanza di cultura del giovane ci sta penalizzando a livello nazionale.”

Quanto pesa l’aspetto psicologico nel salto dai campi di provincia ai grandi stadi della Serie A?“La testa è tutto. Senza un sostegno familiare solido, rischi di bruciarti subito. Serve umiltà, dignità e la capacità di saper aspettare il proprio momento. Ho visto troppi talenti perdersi perché non avevano la forza mentale per superare gli ostacoli.”

A questo proposito, quanto è vitale che i genitori restino ‘dietro le quinte’ senza interferire con il lavoro dei club?“È fondamentale. Nel settore giovanile bisogna imparare a soffrire, a volte anche a ‘piangere’. Se un ragazzo si sente già un fenomeno, smette di crescere. Deve conoscere la panchina e la tribuna per formare il carattere. Ricordo mio fratello all’Empoli: il presidente gli faceva pulire la sede per ricordargli che, senza un contratto vero, non era ancora nessuno. L’umiltà viene prima di ogni dribbling.”

Esiste una dote ‘invisibile’ che cerchi in un ragazzino, qualcosa che i dati e le statistiche non possono misurare?“Oggi tutti cercano la forza fisica, ma io guardo altrove. Cerco la tecnica, il modo in cui un bambino dialoga con la palla. La bellezza è vedere un ragazzino di dieci anni che non ha ancora muscoli, ma ha già in testa un lancio di 30 metri. Quella visione di gioco è la base su cui costruire un campione.”

Frattamaggiore continua a sfornare talenti con una frequenza impressionante. Qual è la formula magica di questo territorio?“Non è un posto qualunque, è una terra fertile per il calcio. Grazie al mio legame con l’Empoli e altre realtà professionistiche, molti ragazzi vengono qui. La storia parla per noi: quando c’è talento e voglia di lavorare sodo, riusciamo a proiettarli in contesti d’eccellenza.”

Puoi farci un nome su cui scommettere per i prossimi anni?“Dico Niccolò Ortoli, un classe 2007 di grande prospettiva che ora è a Catania. In questo periodo ho diversi provini in programma in Lombardia, ma preferisco non fare troppi nomi per non alimentare aspettative eccessive o creare malumori.”

Si dice spesso che gli agenti stiano rovinando il calcio giovanile. Tu come la pensi?“I procuratori seri non si interessano ai bambini. C’è troppa ignoranza: a cosa serve un agente a 15 anni? A nulla, a meno che non si parli di un fenomeno fuori scala. Spesso la colpa è dei genitori che cercano sponsor sperando di avere un campione in casa. Ma l’unico giudice insindacabile resta il ‘tappeto verde’: è il campo a dire chi vale davvero.”

Qual è il suggerimento più importante che daresti a un genitore per proteggere il talento del proprio figlio?Gli direi di farlo ragionare e di insistere sulla scuola. L’istruzione è vitale perché nel calcio ne arriva uno su un milione. Non si può essere ignoranti se si vuole avere successo, né nella vita né nello sport”.

 

Fonte: NAPOLETANITA’

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