Milano Cortina, Brignone d’oro è case study: “Resilienza senza uguali”
(Adnkronos) – Dieci mesi fa una caduta devastante, oggi l’oro olimpico davanti al Capo dello Stato. Federica Brignone firma una delle imprese più incredibili della storia dello sci italiano conquistando il SuperG alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, a quasi 36 anni, dopo un infortunio che avrebbe potuto chiudere per sempre la sua carriera.
Il 3 aprile scorso la campionessa azzurra aveva riportato una frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, oltre alla rottura del legamento crociato anteriore: un trauma ad alta energia, tra i più temuti nello sci alpino. Un quadro clinico gravissimo, che per molti atleti significa stop definitivo. E invece, meno di un anno dopo, Brignone è tornata in pista e ha trasformato la riabilitazione in un capolavoro sportivo. “Un vertice assoluto nella storia dello sci alpino e dello sport italiano, ma anche un caso-studio di straordinaria rilevanza scientifica e clinica e di mirabile resilienza umana”, afferma all’Adnkronos Salute Andrea Bernetti, professore ordinario di Medicina fisica e riabilitativa dell’università del Salento.
Secondo Bernetti, “il successo di oggi è il risultato di una sinergia perfetta tra l’alto livello della chirurgia traumatologica, protocolli riabilitativi multidisciplinari d’avanguardia e una tempra psicologica che incarna il concetto di resilienza applicata allo sport d’élite. La complessità del trauma – ricorda lo specialista – aveva richiesto un approccio diagnostico e terapeutico caratterizzato da una precisione chirurgica assoluta e da un percorso riabilitativo post-operatorio rigoroso. Infatti, la stabilità clinica era stata ulteriormente messa a repentaglio dalla necessità di gestire non solo la riparazione ossea, ma anche la ricostruzione legamentosa, un processo che richiede una tempistica biologica di guarigione spesso in contrasto con le esigenze di un calendario olimpico imminente. L’obiettivo non era solo la guarigione clinica, ma il recupero di una funzionalità tale da permettere prestazioni atletiche estreme in condizioni di ghiaccio vivo e pendenze elevate. L’approccio chirurgico era stato guidato dalla necessità di preservare quanto più possibile l’anatomia originale della superficie articolare tibiale. La gestione contemporanea della lesione del Lca ha richiesto una pianificazione strategica per criticità in seguito a traumi così complessi che coinvolgono sia le strutture ossee che quelle legamentose”.
“L’utilizzo di tecniche mininvasive e l’integrazione di medicina rigenerativa – prosegue Bernetti – è stato fondamentale per accelerare i processi di guarigione dei tessuti molli e migliorare l’ambiente biochimico intra-articolare, favorendo una rigenerazione tissutale di alta qualità. La complessità della frattura – sottolinea il segretario generale Simfer (Società italiana di medicina fisica e riabilitativa) – imponeva un monitoraggio clinico e funzionale che andasse oltre la semplice riabilitazione tradizionale. In questi casi la riabilitazione è ancora di più individualizzata e richiede un approccio multimodale e multiprofessionale con tecnologie di monitoraggio e trattamento di ultima generazione. Il team di esperti ha lavorato in sinergia, garantendo che ogni fase del recupero fosse validata da parametri oggettivi. Ma, oltre all’eccellenza medica e tecnologica, il fattore determinante che ha trasformato un percorso clinico complesso in un successo leggendario è stata la resilienza di Federica”.
“Per un’atleta di 35 anni – osserva il medico-fisiatra – affrontare un ‘calvario’ di 10 mesi fatto di dolore, riabilitazione estenuante e incertezze sul futuro professionale richiede una forza mentale non comune, non per nulla è soprannominata la Tigre di La Salle. Già solo arrivare a competere alle Olimpiadi era un successo. Dopo oggi possiamo dire che l’impresa eroica della campionessa entra di diritto nella legenda dello sport mondiale”.
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