L’ex Rettore: “La sindrome della stagione fallimentare”

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Il Napoli ha vinto due scudetti in tre anni ma il ricordo di ciò sembra dissolto. E addirittura nell’aria si avverte, specialmente in talune enclave, un irrefrenabile desiderio di poter definire la stagione del Napoli fallimentare. È vero. Napoli è una città esagerata nel bene e nel male. E lo è sempre stata, esagerata, questa città.

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Tanto da suscitare giudizi estremi, in un senso o nell’altro, di intellettuali, imprenditori o comuni cittadini che siano. Nei giudizi dei singoli gioca la sensazione del momento. L’ultimo contatto avuto con l’ultima esagerazione. Come potrebbero allora non esserlo i tifosi, esagerati? O meglio, più onestamente, come potremmo non esserlo noi tifosi? E già. Noi tifosi. Una comunità complessa con al suo interno un miscuglio, difficilmente replicabile in altre realtà, di estrazioni sociali e di livello culturale… Una comunità violenta, generosa, luminosa e tenebrosa. Fatta di sprofondi e veloci risalite in vetta. Di contraddizioni. Di eccessi. Esattamente come la natura umana.

 

 

Il rapporto tra i tifosi e la squadra- forse faremmo meglio a dire tra la città e la squadra- non prevede cautele nei giudizi e men che mai una assoluzione per legittimo dubbio. C’è sempre un colpevole da condannare assolutamente sull’onda di un qualche evento eccessivo legato a contingenze particolari. Gli infortuni, la campagna acquisti, gli arbitri, la Figc… Ed ecco che la rabbia confluisce in quell’irrefrenabile desiderio, quasi distruttivo, di gridare al fallimento. “Questa è stata una stagione fallimentare” ,è una frase sussurrata da un po’ di tempo e che – piano piano – sale di ottava in ottava. Finché non diventi l’urlo di un sol uomo. Ciò anche di fronte ad una squadra, o meglio ad una società, che negli ultimi tre anni ha vinto due campionati. E che per1 0 o 15 anni è stata costantemente ai vertici nazionali e presente nelle competizioni internazionali.

Il fenomeno però non si può ridurre, almeno credo, ad una peculiarità napoletana. Ma in qualche modo è intimamente connesso alla natura del gioco del calcio. Nella sua raccolta di racconti di calcio dal titolo “Selvaggi e sentimentali” prova a descrivere il fenomeno Javier Marìas, grandissimo tifoso del Real Madrid. E , forse, il più grande romanziere spagnolo vivente. Chi non ha letto “Domani nella battaglia pensa a me” o “ Un cuore così bianco” dovrebbe affrettarsi a farlo. Ebbene scrive Marìas : “Il calcio è sottoposto a una maledizione che allo stesso tempo è la salvezza di giocatori, allenatori e ultrà afflitti da una sconfitta. Si tratta di un’attività in cui non basta vincere, ma bisogna vincere sempre, in ogni stagione, in ogni torneo, in ogni partita. Uno scrittore, un architetto, un musicista possono prendersela un po’ comoda dopo aver fatto un grande romanzo, un meraviglioso edificio, un disco indimenticabile. Possono non fare niente per un certo tempo o fare qualcosa di minore.

Nel calcio non c’è posto per il riposo… non si considera mai che già si è fatto ma si esige di vincere anche l’incontro successivo come se si cominciasse da zero sempre…. Essere stato il migliore ieri, oggi non conta più. Figuriamoci domani…. Neppure quindi esistono per lungo tempo la delusione e lo sdegno che da un giorno all’altro possono vedersi sostituiti dall’euforia e dalla santificazione…Bisogna riconoscere che il calcio ha qualcosa di non definibile: incita all’oblio, il che equivale a dire che non incita mai al rancore. «Se tutto ciò è vero per una comunità di tifosi quale è quella del Real Madrid, perché stupirsi che sia vero a Napoli? Il Real Madrid non ha più spazio per collocare nelle sue bacheche i trofei vinti. E forse è la compagine che nella storia internazionale del calcio a buon diritto rappresenta un’entità leggendaria. Eppure vive dopo una sconfitta o un campionato non vinto la stessa atmosfera che si vive qui da noi. Perché? Credo che in noi tifosi prenda corpo una dinamica infantile. Esattamente come capita ai bambini che battono i piedi a terra e strepitano perché non riescono ad ottenere ciò che vogliono. Scrive ancora Marìas “ Confesserò che (il calcio) è tra le poche cose che mi fanno reagire oggi allo stesso modo in cui reagivo quando avevo 10 anni ed ero un selvaggio, il vero recupero settimanale dell’infanzia”.

Per concludere passo alla stretta attualità relativa al Napoli. Se la squadra guadagnerà uno dei primi quattro posti in classifica, e quindi l’accesso alla Champions, la stagione potrà essere definita a seconda dei punti di vista buona, sufficiente, modesta…. ma certo non fallimentare.  Fonte: Il Mattino

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