Lotta a liste d’attesa, Gerosa: “In Veneto risposte in tempi congrui per maggioranza cittadini”
(Adnkronos) – “Il Veneto
merita una sanità sempre più efficiente. Nel 2025, secondo il monitoraggio della Direzione Sanità della Regione, una larga maggioranza dei cittadini riceve risposte in tempi congrui per visite ed esami specialistici urgenti (entro 24 ore), a breve attesa (entro 10 giorni), differiti (entro 30 giorni) e programmabili”, cioè quelle prestazioni che non richiedono una risposta immediata e che devono essere garantite entro 90-120 giorni dalla prenotazione. “Ma possiamo sempre migliorare”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Gino Gerosa, 68 anni, trentino di Rovereto, celebre cardiochirurgo di fama mondiale, pioniere in Italia per l’uso di cuori artificiali e i trapianti innovativi, famoso per aver eseguito il primo impianto di cuore artificiale totale (Tah) in Italia nel 2007 e per interventi pionieristici di bioprotesi valvolari. E’ stato direttore dell’Unità operativa di Cardiochirurgia all’azienda ospedaliera di Padova e da un mese ricopre il ruolo di assessore alla Sanità della Regione Veneto, entrato nella giunta Stefani il 13 dicembre scorso come tecnico.
Per migliorare ulteriormente il sistema, secondo Gerosa “è fondamentale intervenire sull’appropriatezza prescrittiva e ‘richiestiva’ delle prestazioni. Serve un maggiore controllo sulle prescrizioni dei medici, ma anche sulle richieste dei pazienti. I cittadini – dice – devono essere più informati”. Il Servizio sanitario nazionale, ricorda, “si basa sul principio di universalità” e garantisce cure a tutti, ma per restare “sostenibile deve affrontare sfide importanti: il calo delle nascite, l’aumento delle malattie croniche, l’invecchiamento della popolazione e l’arrivo di cure sempre più innovative e costose”. “Per continuare a essere un’eccellenza – spiega Gerosa – serve un cambio di paradigma: investire nella prevenzione, anche nei luoghi di lavoro, ripensare gli ospedali in chiave moderna e formare personale qualificato capace di utilizzare la telemedicina e le nuove tecnologie”.
Nei giorni scorsi il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha denunciato il problema della mobilità sanitaria passiva, cioè l’arrivo di molti pazienti da altre regioni che rischia di penalizzare i residenti. “Una situazione che in Veneto”, secondo Gerosa, “non si verifica”. “Grazie a un buon equilibrio tra mobilità attiva e passiva e ai tetti di spesa, siamo in grado di curare tutti, sia i residenti sia chi arriva da fuori regione”. Dal punto di vista economico, aggiunge, “il Veneto registra un saldo positivo di circa 300 milioni di euro perché accoglie più pazienti di quanti siano costretti a curarsi altrove”.
Resta però il problema del personale sanitario. “In Veneto non abbiamo bisogno di medici stranieri – precisa Gerosa – e, in generale, in Italia non manca il numero di medici: ne abbiamo più della Francia e meno della Grecia, ma otteniamo risultati migliori. Il vero problema è organizzativo ed economico”. Secondo l’assessore veneto, è necessario restituire dignità sociale e professionale a chi lavora nel Ssn. “Bisogna pagare meglio medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici, e migliorare le condizioni di lavoro. Oggi i medici sono spesso sommersi dalla burocrazia, una situazione impensabile in Paesi come gli Stati Uniti dove il medico è retribuito per occuparsi esclusivamente dei pazienti”.
Tra le proposte che Gerosa intende presentare al ministro della Salute, Orazio Schillaci, c’è anche “l’introduzione di nuove figure infermieristiche, con competenze più ampie in ambito prescrittivo e chirurgico, sul modello di quanto già avviene nel Regno Unito”.
Un ospedale “meno legato alle mura e ai mattoni” e “più vicino” alle persone, “capace di unire innovazione tecnologica e attenzione umana”. E’ questo il modello di sanità su cui punta il Veneto con Gerosa. “Oggi continuiamo a ragionare con un modello sociale che non esiste più – spiega – Una volta la famiglia tipo era composta da quattro figli, due genitori e un nonno. Ora la situazione si è capovolta: un figlio, due genitori e quattro nonni. Per questo l’ospedale va ripensato”. Da qui l’idea di un “ospedale liquido”, capace di adattarsi ai cambiamenti della società.
Secondo Gerosa, l’ospedale del futuro deve essere “più flessibile” perché sono cambiati i bisogni di salute: “Abbiamo sempre più pazienti fragili. Oggi l’8% dei veneti ha più di 80 anni. In meno di 10 anni passeremo da 353mila a quasi 450mila anziani”. Per questo, sottolinea, “è necessario rafforzare la sanità di prossimità, con le Case di comunità, e allo stesso tempo puntare su ospedali iper-specialistici, dove concentrare competenze e tecnologie avanzate”. Un ruolo centrale lo avrà anche la tecnologia. “L’ospedale moderno deve dialogare con l’innovazione e con la sostenibilità del Servizio sanitario regionale – afferma l’assessore – ma deve anche lavorare in rete con i medici di famiglia e l’assistenza domiciliare, perché il paziente vuole sentirsi seguito e preso in carico anche dopo il rientro a casa”. In questo modello, aggiunge, il “personale sanitario dovrà poter usare strumenti come la telemedicina e la condivisione digitale di dati e immagini”.
Per ridurre le liste d’attesa, la parola chiave per Gerosa è prevenzione. “Deve vedere il coinvolgimento di enti pubblici, privati e di comunità”, evidenzia l’assessore. In questa direzione va l’accordo con Confindustria Veneto per promuovere la prevenzione nelle aziende. “Gli imprenditori parlano di Esg: ambiente, sociale e governance. Ho proposto loro di aggiungere una quarta lettera, la ‘H’ di health, salute”. In concreto, illustra, “saranno organizzati van mobili per screening di prevenzione cardiovascolare e oncologica, in particolare per il tumore della mammella e del colon-retto, direttamente nei luoghi di lavoro”.
Infine, Gerosa racconta la scelta di entrare in Giunta: “La proposta è arrivata dal presidente Stefani. Cercava un tecnico con esperienza nel sistema sanitario pubblico e attenzione all’innovazione. Ho riflettuto 24 ore e ho accettato. Non mi interessano le sfide personali, ma raggiungere obiettivi concreti e dare corpo ai progetti”. E conclude con una nota personale: “Mi mancano gli studenti, l’insegnamento e la ricerca, ma sentivo che questa era una responsabilità da assumere”.
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