Mercati finanziari, non si può investire senza geopolitica: le mosse di banche e imprese
(Adnkronos) – Il futuro del Venezuela e dell’Iran, gli sviluppo delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, gli equilibri e le sfere di influenza di Stati Uniti, Russia e Cina. Il Mondo è sempre più attraversato da tensioni e la geopolitica diventa un fattore chiave, anche e soprattutto per investire. E’ diventato impossibile muovere denaro e farlo fruttare senza provare a comprendere i movimenti in corso e le conseguenze che ne deriveranno. Lo evidenzia, in un’analisi di contesto, un recente lavoro pubblicato da Bankitalia e lo conferma una tendenza che si sta affermando sia nelle banche sia nelle imprese: cresce la domanda di consulenza di alto livello per integrare l’analisi finanziaria con quella geopolitica.
‘Rischio geopolitico, frammentazione, e movimenti di capitale’, un recente paper di Marco Albori pubblicato dalla Banca d’Italia aiuta a identificare due tendenze significative. La prima è che “l’acuirsi delle tensioni internazionali e l’uso strategico delle leve economiche hanno riportato l’attenzione sugli effetti della geopolitica sulla finanza internazionale”. Questo, perché “cresce la preoccupazione per la frammentazione finanziaria, ossia la riallocazione dei flussi di capitale lungo linee di prossimità politica e ideologica”.
La seconda considerazione è che “il rischio geopolitico riduce i flussi di capitale, soprattutto nei paesi emergenti, mentre la distanza politica tra Stati pesa sempre più sulle decisioni di investimento transfrontaliero”. Nell’area euro, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, “il fenomeno ha coinvolto sia gli investimenti diretti in uscita sia, in parte, quelli in titoli sovrani europei provenienti da paesi terzi”.
Una delle conseguenze principali dell’aumento delle tensioni geopolitica riguarda la percezione degli investitori. Come evidenzia l’ultimo ‘Barometro delle apprensioni’ di Ubs, “rispetto agli anni precedenti, nel 2025 i conflitti e le incertezze geopolitiche hanno un impatto molto più forte sull’opinione pubblica”. Le tensioni internazionali “sono sempre più al centro dell’attenzione”. Le preoccupazioni per il debito, la demografia e la deglobalizzazione “portano incertezza nell’economia e sui mercati finanziari”. La politica dei dazi imposti dagli Stati Uniti e il conflitto tra Russia e Ucraina, per esempio, “continuano a provocare tensioni geopolitiche e hanno un impatto sulle relazioni commerciali, sui prezzi dell’energia e sulle decisioni di investimento”.
Nonostante le tante difficoltà, affrontare le trasformazioni e le conseguenze per i mercati finanziari “può ridurre l’incertezza e consentire di individuare opportunità per la propria strategia finanziaria”. I cambiamenti “non comportano solo rischi, ma aprono anche opportunità per chi effettua investimenti adottando un approccio globale e flessibile”. In un contesto in cui, rispetto agli anni precedenti, gli sviluppi geopolitici hanno un impatto più importante sullo slancio economico, “un’analisi attenta può aiutare a riconoscere tempestivamente le tendenze sul lungo periodo”.
Di fronte a questo scenario che cambia, servono competenze diverse. Sono sempre di più i consulenti esperti di geopolitica che entrano nei team delle banche per integrare le professionalità strettamente finanziarie e migliorare le capacità di comprensione dell’evoluzione dei mercati. Non basta più saper leggere tendenze storiche o maneggiare previsioni prodotte da algoritmi sempre più performanti. Per scrivere i ‘market focus’ e indirizzare gli investimenti della clientela, sono diventate indispensabili figure in grado di cogliere, possibilmente con ragionevole anticipo, i prossimi sviluppi e di collocare all’interno dei macro insiemi delle opportunità e dei rischi i singoli mercati. E se finora queste competenze sono state sviluppate all’interno dei team esistenti, la complessità di questi mesi sta accelerando gli innesti dall’esterno.
Il quadro profondamente cambiato richiede nuove competenze, a tutti i livelli, anche per le imprese. Per le aziende che se lo possono permettere, quelle più grandi e strutturate, la figura che si sta affermando è quella del Chief Geopolitical Officer, uno specialista che si colloca stabilmente all’interno dell’organizzazione di vertice e opera, in sinergia con il Ceo, per definire come posizionarsi sui mercati internazionali e come allocare le risorse, aiutando l’azienda nel decidere come e dove investire. Le imprese più piccole, quelle che non hanno una prima linea strutturata e sufficientemente ampia, ricorrono sempre più spesso ad advisor esterni o, in alternativa, a consulenti forniti dalle associazioni di rappresentanza. (Di Fabio Insenga)
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