E pure stavolta le parole sono come pietre (peraltro taglienti): ma ora che Bologna-Napoli è finita, il primo posto è evaporato e restano due settimane di vuoto pneumatico da riempire, nell’aria resta l’eco di frasi che scuotono, anzi inquietano, perché vanno oltre. Oltre l’astinenza offensiva (tre partite senza segnare, tirando poco o quasi niente); oltre la percezione di una fragilità difensiva che si è riproposta (dieci gol subiti in campionato a cui aggiungere i nove presi in Champions); oltre quel calcio inespressivo che stordisce, certo non quanto le frasi di Conte. Che a Bologna, al 91’, ne ha dette eppure tante, mirando nel mucchio.
LO SFOGO
C’è tutto un campionario di accuse, in quel post-partita livido, che la metà basterebbe per attrezzarci un “processo”: sì, ma a chi, perché adesso bisognerebbe capire a chi appartenga “l’orticello a cui ognuno pensa per sé” o anche decifrare cosa significhi “adesso dovrò parlare con il club”, argomento tanto ampio e anche vario che spalanca a scenari interpretativi di varia natura. E poi volendo ci sarebbero le “questioni di cuore, se il cuore c’è” e magari si potrebbe persino soprassedere sulla solita, ormai derubricata tesi su quel “decimo posto che è arrivato dopo il terzo scudetto e che però non ha insegnato”.
