Zoff: “Maradona fuori da qualsiasi graduatoria”
Per Dino Zoff il tempo sembra non passare mai. È ancora il numero uno, il campione che resiste al tempo, che resta un’icona immutabile del mondo del calcio. Per ricordarlo, scrive Il CdS, ma soprattutto per raccontarlo ai più giovani ne hanno fatto un film. Per Dino è stato un modo per fare un tuffo nel passato, come quelli che faceva tra i pali: «Mi è sembrato fatto bene, mi è piaciuto, un po’ di ambizione c’è».
Perchè da bambino decise di fare il portiere?
«Mi affascinava l’idea di prendere il pallone in tutti i modi, mi piaceva tuffarmi. Non ero molto alto prima dello sviluppo. Così nella falegnameria davanti casa mi misuravano sullo stipite della porta per vedere se crescevo. Mi aiutò mia nonna, facendomi mangiare tante uova. A quei tempi in una famiglia di contadini non c’era molta scelta e di uova ce n’erano molte».
Una carriera incredibile, undici campionati nella Juventus senza saltare una partita, prima quattro nel Napoli con lo stesso score. Quando era al Mantova tolse lo scudetto all’Inter euromondiale.
«Lo vinse la Juventus, si vede che era nel destino…».
Lei ha giocato e ha allenato grandi talenti, da Rivera a Mazzola, da Riva per passare poi a Baggio, Totti, Del Piero. Perchè oggi non ci sono più?
«Perchè oggi non nascono campioni, il talento bisogna averlo, non si costruisce, magari si può affinare».
Se lo vedrà il Mondiale per la terza edizione senza l’Italia?
«Ma certo, è la rappresentazione del calcio mondiale, ti permette di valutare il panorama attuale. Non esserci per la terza volta dopo quattro mondiali è una grandissima delusione. Trovi un superlativo ancora più forte. Non ci siamo accorti che eravamo ridotti così. Siamo andati avanti senza sapere quale fosse la nostra reale consistenza e abbiamo giocato di conseguenza, non ci siamo saputi adattare alla realtà attuale. Bisogna fare quello che si è capaci di fare, non siamo stati in grado di capire la situazione attuale. E i risultati ci hanno punito. Non si può motivare la terza esclusione consecutiva. Una volta ti è andata male, una sei stato sfortunato, ma la terza non si può giustificare, in un Paese che trova le giustificazioni dappertutto».
Tra pochi giorni si vota il nuovo presidente federale, con chi pensa che debba ripartire il calcio italiano?
«Non voglio entrare in politica, anche se sportiva. Serve che nascano più bambini, che possano giocare di più per divertirsi senza pensare ad altro».
Chi vede favorita?
«Resterei sulle solite, dove avrebbe dovuto esserci anche l’Italia. Il Brasile, la Francia, il Belgio, la Germania».
Maradona è l’avversario più forte che ha incontrato?
«Senza dubbio, un fenomeno, un artista. È fuorissimo da qualsiasi graduatoria».
Lei in Nazionale ha vinto un Europeo e un Mondiale, da capitano.
«Aver vinto l’Europeo con le due finali del 1968 è stata una grande soddifazione. Di fronte avevamo la Jugoslavia, formata da cinque, sei nazioni. E prima avevamo affrontato la Russia, composta da 17 repubbliche unite, sotto la Cccp. Davvero un europeo degno di nota. Le fiammelle accese a fine partite sugli spalti è il ricordo più bello».
Poi il Mondiale vinto nell’82, contro tutto e tutti.
«Noi avevamo un allenatore che sentiva la bandiera, che teneva molto al comportamento. Il trofeo vinto è merito di Bearzot, coadiuvato da noi. È stato un grande, nonostante non avesse grande risonanza a livello mediatico».
Il primo silenzio stampa nella storia del calcio vi aiutò a compattarvi.
«Fu una decisione di noi giocatori. Bearzot non era neanche tanto propenso. Io mi sono preso la responsabilità come capitano di andare a parlare con i giornalisti. Ai compagni dissi: “Voi pensate a giocare, al resto ci penso io”».
E finì sul francobollo celebrativo…
«Beh, ero stato l’unico che aveva vinto europeo e mondiale, è stato piacevole».
Sull’aereo per tornare dalla Spagna giocaste a scopone e lei faceva coppia con il Presidente Pertini.
«Il Presidente lasciò passare una giocata di Bearzot e perdemmo quel punto. Venne fuori una discussione se doveva prenderlo, io ero il mazziere, gli dissi che aveva sbagliato. Fu un battibecco divertente».
Da commissario tecnico lasciò la guida della Nazionale dopo aver perso l’Europeo del 2000 in finale per le critiche di Berlusconi.
«Non solo per quelle, c’erano anche altre componenti. Non sono pentito di aver lasciato, sapevo che andavo incontro a situazioni più difficili. Fu una grande delusione, avevamo meritato di vincere».
Fu criticato per il suo sistema di gioco considerato antiquato.
«Facevo una zona mista, con tante possibilità di inserimenti, non ero così superato».
Diede fiducia a un giovanissimo Totti.
«Aveva una bella concorrenza, c’erano Baggio, Del Piero, direi che si intravedeva che sarebbe diventato un campione. Sul cucchiaio contro l’Olanda non dissi niente. Ma se non l’avesse messa dentro l’avrei menato…».
Ha incontrato qualche avversario antipatico?
«Mi erano antipatici gli attaccanti che mi facevano qualche gol in più. Pulici nel derby qualche dispiacere me lo ha dato. Ma ho giocato contro Cruijff, Beckenbauer, Platini. Immenso».
Ha fatto parte di una grande Juventus, niente a che vedere con quella di oggi.
«Nel mio periodo ci furono tre cicli. Boniperti vedeva lontano. La squadra è stata sempre all’altezza della situazione».
Da allenatore ha smesso presto.
«Non ho mai avuto una grande spinta mediatica. Ma l’ultima esperienza è stata una delle più belle soddisfazioni. Salvare quella Fiorentina non fu facile, avevamo molta gente contro. Meriterei una medaglia».
La sua esperienza alla Lazio è stata lunga, prima allenatore e poi vice presidente.
«Ricordi belli, combattuti, pesanti per tante circostanze. Si veniva da un periodo complicato. Poi con l’avvento di Cragnotti si è sistemato tutto. Gascoigne è stato il miglior talento che ho allenato, ma si è buttato via».
