Doppio ex Ottavio Bianchi a “Il Mattino”: “Ho una ferita che mi brucia ancora”

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L’ex tecnico del Napoli ricorda le gare contro il Milan: «Quella partita resta la madre di tutte le mie sconfitte il ko del 1988 è una ferita che ancora mi brucia tanto»

 

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«Napoli-Milan è la madre di tutte le mie sconfitte, la ferita che ancora mi brucia. In quei giorni era la partita più importante del campionato più bello del mondo. Tante cose sono cambiate da allora».

Chissà perché Ottavio Bianchi quando gli dici “Napoli-Milan” pensa per prima cosa a quella sfida del primo maggio del 1988. Eppure ne ha vinte di gare contro i rossoneri. «Le sconfitte sono quelle che danno lezioni e che ti restano sulla pelle. E ti ricordano che le vittorie non sono scontate ma arrivano solo con il lavoro».

 

Bianchi, di cose su quel Napoli-Milan se ne sono dette… compresa che c’era la mano della camorra.«Quante sciocchezze ho sentito. Una più grossa dell’altra. A volte mi viene in mente un proverbio napoletano ovvero che in tanti “tenen ‘a capa sul pe’ spartere ‘e rrecchie”. La verità è che arrivammo a quella gara con molti dei calciatori non al meglio. L’unica cosa che ha fatto la differenza tra noi e loro».

Può farla anche domani?«In questa fase della stagione basta poco per cambiare gli equilibri, magari anche un micro-infortunio che porta a una condizione del 60-70 per cento di un proprio calciatore. E poi bisogna anche vedere chi si fa male: perché ci sono alcuni giocatori che sono più giocatori di altri… e se si ferma uno di questi ovina ogni cosa. In questo Conte è stato bravo a fronteggiare le varie disavventura che gli sono capitate in questa stagione».

È una giornata importante per il campionato?«Lo è. Stasera l’Inter deve far capire in che stato è e non mi pare stia particolarmente bene anche sotto l’aspetto mentale e domani Napoli e Milan dovranno dire chi delle due può acciuffare i nerazzurri».

Come si prepara un match del genere?«Ai miei tempi, Bruno Pesaola che a ogni allenamento doveva inventarsi cose nuove per non far annoiare le stelle, diceva che quelle con il Milan erano le poche vigilie che non serviva prepararsi nulla. Neppure i discorsi. A inizio della settimana vedevi gente come Sivori o Altafini venire al campo e correre come dei dannati per prepararsi al meglio a recitare la loro parte. E ancora adesso è così».

Meno male che c’è il campionato dopo la delusione della Nazionale.«Che dire, da un certo momento in poi ci siamo vergognati di quello che siamo. La scuola calcistica italiana era imitata nel mondo, con i nostri difensori, il nostro gioco essenziale ma vincente. Poi, a un tratto, abbiamo inseguito le mode e abbiamo perso la strada. Ora non ne abbiamo alcuna. Conte e Allegri su questo sono dei maestri, vanno dritti per il loro cammino, non sentono le lezioni che arrivano dagli altri, se ne fregano e fanno bene».

Come si sarebbe visto nelle vesti di ct?«Malissimo. Indro Montanelli, parlando di me, disse “il fatto che ha un brutto carattere, vuol dire che ha carattere”. Ecco, non sarei mai riuscito a mettere d’accordo tutti gli interessi che si muovono intorno all’Italia».

È Conte contro Allegri?«Se ai miei tempi qualcuno avesse detto che Inter-Milan era Herrera contro Rocco ci sarebbe stata una sommossa popolare. Io credo che la fortuna e la sfortuna degli allenatori la fanno sempre i giocatori in campo. Io avevo Maradona, Careca e quindi ero un allenatore fortunatissimo».

Se li ricorda gli applausi a Sacchi quel pomeriggio?«Sinceramente no. Ma non per gelosia per quel Milan che aveva vinto, ma nella mia testa avevo quello che dovevo dire alla squadra».

Cosa è Napoli-Milan?«Il Sud contro il Nord. Allora era la gara contro Berlusconi e contro un club che comunque aveva già vinto tantissimo negli anni ‘60. E c’eravamo noi, con Diego, che inseguivamo il primo scudetto meridionale. Averlo vinto da lombardo mi ha reso sempre molto orgoglioso».

Lei è rimasto a lungo sulla panchina azzurra. Lo consiglia anche a Conte?«Dare dei consigli è una cosa sbagliatissima, ripeteva il mio maestro, il Petisso Pesaola. Io posso mostrare solo il mio esempio: tra calciatore e allenatore a Napoli ho vissuto gli anni più indimenticabili della mia vita. Pieni di insegnamenti. Ma solo fuori dal campo: perché poi come allenatore ho sempre conservato le mie caratteristiche, il mio essere chiuso e non mi sono lasciato influenzare dalla città. Ma nella quotidianità, i napoletani posso insegnare a tutti il senso della vita. E non mi meraviglio che anche Conte ne sia rimasto colpito».

 

Fonte: Il Mattino

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