“Italia, nei momenti decisivi vengono fuori le fragilità. Ogni cambiamento viene ostacolato”

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A “1 Football Club”, programma radiofonico condotto da Luca Cerchione in onda su 1 Station Radio, è intervenuto Ivano Trotta, allenatore ed ex centrocampista, tra le tante, di Napoli e Juventus. Ecco alcune delle sue dichiarazioni.

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La Nazionale ci sta facendo vivere un incubo?
“È un brutto incubo. Purtroppo non era del tutto preventivabile prima di questa partita contro la Bosnia, però la paura c’era, e secondo me si è vista anche in campo. È vero che alcuni episodi non sono stati a favore dell’Italia, ma l’Italia deve andare oltre queste cose. Doveva andare lì, prendere in mano la partita e vincerla. Sull’1-0 siamo andati avanti anche per un loro errore, però non ho visto questa grande supremazia. Dopo l’espulsione sono usciti tutti i fantasmi che inevitabilmente emergono quando affronti una gara da dentro o fuori, con il peso mentale di due Mondiali consecutivi mancati e questo sarebbe stato il terzo. Vengono fuori tutte queste fragilità, soprattutto la mancanza di progettualità del calcio italiano ed oggi ti ritrovi di nuovo fuori dal Mondiale, secondo me in una maniera vergognosa.”

Secondo lei questa sarà la volta buona in cui qualcuno finalmente andrà a casa?
“Il problema non è mandare qualcuno a casa, il problema è chi esce di casa per poi rientrare dalla finestra nella FIGC e continuare a comandare. Vedo sempre le stesse persone, impermeabili al cambiamento. Ho letto anche i nomi dei possibili sostituti: sono sempre gli stessi, già conosciuti. Quando arriverà una vera ventata di novità? Una persona giovane, con idee nuove? Non voglio giudicare chi c’è stato prima, perché non li conosco personalmente, ma il punto è che il ‘nuovo che avanza’ non arriva mai. Pensa a quando Roberto Baggio provò a cambiare le cose: presentò un progetto di 900 pagine, sviluppato con più di 30 persone, e gli furono concessi appena 15 minuti per illustrarlo. Questo ti fa capire quanto interesse reale ci sia nel cambiamento. Si cambierà davvero solo quando si partirà dalle scuole calcio, facendo le cose seriamente fin dai bambini. Lì c’è un patrimonio umano che non si può sbagliare, e invece manca controllo. Poi non possiamo lamentarci se nelle partite importanti ci ritroviamo con giocatori che nelle loro squadre non giocano da mesi.”

Le nazionali giovanili continuano però a ottenere buoni risultati: secondo lei dov’è il problema?
“Il problema è che si decide troppo fuori dal campo e non sul campo. I ragazzi ci sono, come dite voi: vincono con l’Under 19, mostrano talento. Ma poi si scontrano con il sistema dei ‘grandi’, con le logiche economiche e di gestione. Un ragazzo di 20 anni, se è forte, deve giocare. Non mi interessa quanto hai investito su uno straniero: se il giovane è più bravo, deve scendere in campo, sia a Napoli, sia a Lecce, ovunque. In Italia a 20 anni li consideriamo ancora giovani, ma non è così: se sei forte, giochi. Negli altri Paesi succede questo, e infatti loro producono quantità e qualità. Da noi invece questi ragazzi si perdono quando arriva il momento di fare il salto.”

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