L’ex fantasista lo aveva presentato nel 2011 dopo l’eliminazione degli Azzurri al Mondiale in Sudafrica: parlava di strutture sportive adeguate, centri federali, database, scouting su basi non solo fisiche….
I nostri ricordi azzurri di Roberto Baggio sono inevitabilmente legati al Mondiale 1994 negli Usa. Il 5 luglio, al Foxborough, la Nigeria ci stava per eliminare agli ottavi. Eravamo in 10 per il rosso a Zola. Il Divin Codino pareggiò a due minuti dalla fine, poi realizzò il rigore che ci mandò avanti. Quel dischetto che invece divenne il suo incubo 12 giorni dopo a Pasadena, con l’errore in finale contro il Brasile che sancì il trionfo dei verdeoro. “Me lo porterò dentro sempre”, disse. Quasi sentisse ancora il peso di quella palla finita sopra la traversa, Roby anni dopo si era preso un’altra responsabilità (già, perché bisogna avere gli attributi per tirarli i rigori in quelle circostanze): cercare di rimettere in sesto il calcio italiano. La sua non era la tipica proposta qualunquista, un sommario repulisti, il “facciamo tabula rasa” che può anche servire, ma che deve avere alle spalle dei progetti concreti. Il suo “Rinnovare il futuro” lo era, un plico di 900 pagine – a cui avevano lavorato 50 persone – studiate nei minimi particolari, un piano dettagliato per rilanciare il movimento. Non venne nemmeno preso in considerazione.
il progetto—
Baggio raccontò anni fa che “quando lo presentammo ci fecero fare 5 ore di anticamera per poi lasciarci parlare 15 minuti”. In quelle pagine si puntava come uno dei punti cardine sull’esigenza di dotarsi di “strutture sportive adeguate, un centinaio di centri federali”. Poi a una raccolta dati, al monitoraggio a livello periferico, alla formazione di istruttori federali che avessero una laurea, un passato professionistico e buone qualità educative. E alla creazione di un gruppo di studio permanente (ricercatori federali e stagisti universitari) in costante contatto con gli uomini di campo. Già allora Baggio aveva capito come stesse cambiando (in peggio) il metodo di allenamento per i più piccoli, cosa che anche oggi in tantissimi sottolineano, ovvero l’esasperata attenzione dedicata alla tattica invece che alla tecnica, tesi sostenuta anche da Massimo Mauro nell’intervista alla Gazzetta. L’ex bianconero puntava su un rapporto continuo con la palla. Tutti i giovani andavano sottoposti a “test misti, fisici e tecnici, perché quelli solo fisici sono totalmente avulsi dal contesto di gioco”. Il tutto si poteva riassumere in poche parole: individuazione e crescita del talento. Con – e qui si vede come Roby era già avanti rispetto ai tempi – l’informatizzazione del tutto. Era il 2010, l’Italia era stata eliminata dal Mondiale in Sudafrica chiudendo all’ultimo posto il gruppo con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Eppure eravamo ancora lontani dal disastro di tre Mondiali consecutivi visti in tv. Sarebbe poi arrivato quello del 2014 in Brasile. Anche lì non passammo la fase a gironi, eliminati dall’Uruguay. L’ultima partita a eliminazione diretta degli Azzurri in una Coppa del Mondo resta ancora oggi la finale del 2006 a Berlino. Bene che vada, quando disputeremo la prossima saranno passati 24 anni… Eppure quel progetto divenne carta straccia.
