Trump, minaccia finale all’Iran: “Se non c’è accordo distruggiamo centrali elettriche e pozzi di petrolio”
(Adnkronos) –
Il dialogo con l’Iran prosegue, ma l’ipotesi di un attacco devastante incombe. Donald Trump e gli Stati Uniti continuano a viaggiare sul doppio binario nella guerra iniziata il 28 febbraio e ancora lontana da un epilogo. Il presidente americano ha fissato la deadline al 6 aprile: fino a quel giorno, nessun attacco contro le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
Se nell’arco della prossima settimana non si raggiungerà un accordo, con la riapertura dello Stretto di Hormuz paralizzato da Teheran, gli Usa passeranno all’azione, annuncia Trump prospettando una svolta durissima. La chiusura di Hormuz, ormai da settimane, blocca il 20% del traffico mondiale di petrolio con conseguenze sull’aumento dei prezzi del greggio e dei carburanti in molti paesi, Italia compresa.
“Gli Stati Uniti d’America sono in serie trattative con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi ma, se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente avverrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente ‘aperto al commercio’, concluderemo la nostra ‘piacevole permanenza’ in Iran facendo esplodere e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che finora abbiamo volutamente lasciato intatti”, scrive il presidente in un post ‘programmatico’ su Truth.
Sullo sfondo, rimane l’opzione di un’operazione di terra. Gli Stati Uniti hanno appena trasferito in Medio Oriente almeno 2500 Marines con il gruppo anfibio USS Tripoli. Nella regione, sono presenti anche 1000 paracadutisti: tutti elementi che potrebbero essere utilizzati in blitz per obiettivi specifici. Secondo il Wall Street Journal, in particolare, Trump starebbe valutando un’operazione militare per sequestrare quasi 454 kg di uranio arricchito dall’Iran. Teheran è in possesso di quasi mezza tonnellata di uranio arricchito al 60%: al processo manca lo step per arrivare alla soglia del 90%, necessaria per utilizzare il materiale in ambito militare. Secondo Steve Witkoff, inviato speciale di Trump e interlocutore del regime iraniano nei negoziati, la quantità sarebbe sufficiente per produrre 11 armi nucleari.
Nella lista degli obiettivi di Trump c’è anche l’oro nero. Il presidente degli Stati Uniti si espone in maniera chiara: “Ad essere sincero, la cosa che preferisco è estrarre petrolio dall’Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti mi chiedono: ‘Perché lo fai?’ Ma sono persone stupide”, dice al Financial Times.
Per arrivare a dama, potrebbe essere necessario acquisire il controllo dell’isola di Kharg, cuore del sistema petrolifero iraniano: “Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni. Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo”, dice suggerendo l’ipotesi di una campagna più lunga rispetto alle 4-6 settimane finora preventivate dalla Casa Bianca. Come evidenzia la Cnn, un’azione sull’isola esporrebbe i soldati americani alle ondate di droni e missili che l’Iran continua a lanciare. Trump, però, non sembra considerare il rischio: “Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistare l’isola molto facilmente”. “Le capacità di attacchi con missili e droni sono state ridotte del 90% rispetto all’inizio dell’operazione”, dice la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
Il quadro delineato da Trump contrasta con quello che, pubblicamente, viene tratteggiato da Teheran. Al di là delle minacce di attacchi devastanti, il presidente americano continua a parlare di negoziati che “procedono bene”. “Le richieste che ci sono state trasmesse sono state per lo più irragionevoli ed eccessive”, è la posizione, immutata da giorni, che propone l’Iran.
“Non abbiamo avuto alcun negoziato diretto con gli Stati Uniti ma solo messaggi ricevuti tramite intermediari sulla volontà americana di negoziare”, dice il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, nel corso di una conferenza stampa riportata dall’agenzia Tasnim. “La nostra posizione è chiara, a differenza dell’altra parte che cambia continuamente posizione: sappiamo bene quale sia il nostro quadro di riferimento. L’Iran non ha iniziato questa guerra ma è stato oggetto di un’aggressione. Tutti i nostri sforzi sono concentrati sulla difesa del Paese. Abbiamo già vissuto esperienze simili e non dimenticheremo il tradimento della diplomazia, avvenuto due volte in meno di un anno”.
La distanza appare evidente anche quando si parla della stretta attualità relativa allo Stretto di Hormuz. Trump, con affermazioni non confermate dall’Iran, afferma che Teheran autorizzerà il transito di 20 petroliere “come segno di rispetto”. Nelle stesse ore, però, nel parlamento iraniano approda il disegno di legge per introdurre un ‘pedaggio’ sul transito navale nello Stretto, come riferisce l’agenzia di stampa Isna.
La proposta, denominata ‘Legge di azione strategica per la pace e lo sviluppo sostenibile della regione del Golfo Persico’, sarà esaminata con procedura d’urgenza. Il testo, spiega Alireza Salimi, membro dell’ufficio di presidenza del Parlamento, si articola in quattro capitoli: sicurezza marittima, imposizione di tariffe per l’inquinamento ambientale, pagamento dei servizi di pilotaggio e istituzione di un fondo per lo sviluppo regionale. Il presidente del Parlamento è Mohammed Ghalibaf, uno dei leader che Trump definisce “molto ragionevoli”. E’ davvero disposto a collaborare con Washington? “Lo scopriremo presto. Ve lo farò sapere tra circa una settimana”, dice il presidente americano. La risposta durissima potrebbe arrivare dopo il 6 aprile.
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