Il calcio era dei tifosi, la petizione per cambiare rotta!

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C’era una volta il calcio dei tifosi. Agli albori degli anni Duemila, il movimento ultras italiano alimentava un dissenso forte e radicato contro il cosiddetto calcio moderno. Le Pay TV, le restrizioni agli stadi, la frammentazione del palinsesto e la tessera del tifoso hanno fatto il resto: un calcio sempre più distante dalla sua gente, i tifosi trasformati in clienti, costretti a capitolare per amore della propria squadra davanti a un prodotto divorato dalla logica del business.

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Eppure qualcosa si è mosso. La sera del 10 marzo, a Vicenza, è stata presentata una petizione al Senato della Repubblica intitolata “Per un calcio giusto e popolare“, un’iniziativa che sa di resistenza e buonsenso insieme. A sostenerla, oltre 120 tifoserie dalla Serie A alla D, che hanno messo da parte rivalità e divergenze per difendere non il mondo ultras in sé, ma il tifo in quanto tale. Perché senza la passione degli appassionati, la partita si riduce a uno sterile esercizio atletico. L’obiettivo è quello di riportare “il tifoso al centro”. Tra queste piazze anche quella partenopea ha aderito con entusiasmo, di sotto una foto del volantino presente in Napoli-Lecce.

 Oggi ci ritroviamo con stadi svuotati dal caro prezzi, calendari che ignorano chi lavora e restrizioni che puniscono la collettività per le colpe del singolo. Il divieto di trasferta, da eccezione, è diventato norma: non esiste più una squadra che non ne subisca almeno uno. Ma qui non si cerca di difendere chi sbaglia. Come è stato ribadito a Vicenza, “chi sbaglia paga, ma la responsabilità è personale”. Si chiede invece che lo stadio torni a essere un luogo di espressione e creatività, non un laboratorio di sorveglianza burocratica che risponde all’errore del singolo con chiusure generalizzate e preventive, dove si è arrivati addirittura a vietare l’introduzione di uno striscione ad un bambino.

Le richieste presentate nella petizione sono dunque le seguenti:

Sul fronte della competizione, si chiede di dire no alle Squadre B dei grandi club, un modello che sacrifica le piazze storiche al profitto prevedendo per esse un campionato separato.

Sul piano economico, si propone un tetto massimo al prezzo dei biglietti in curva: 20 euro in Serie A, 15 in B, 10 in C, per garantire che le curve restino il cuore del tifo e non un privilegio per pochi.

Si chiede poi il ritorno a calendari rispettosi dei ritmi di vita comuni, l’abolizione dei vincoli che impediscono l’ingresso di tamburi e bandiere, e la cancellazione del Codice etico, uno strumento che consente alle società di allontanare persone in modo del tutto discrezionale. Si auspica inoltre la creazione di aree dedicate ai tifosi con disabilità e a chi vuole seguire la partita in piedi, sul modello tedesco.

Sul fronte delle trasferte, si chiedono procedure certe e tempestive, la possibilità di acquistare i biglietti anche con modalità analogiche e la fine dei divieti generalizzati diventati prassi ordinaria. In materia di sicurezza, si chiede che ogni Daspo sia sottoposto al vaglio di un giudice, come avviene per le altre misure di prevenzione. Infine, trasparenza nella gestione dei club e stop alle multiproprietà, che generano conflitti di interesse e cancellano l’identità di piazze storiche.

L’obiettivo è ambizioso: portare al Senato, entro fine maggio, la voce di chi il calcio lo vive da dentro. Si punta almeno alle 50 mila firme, si spera però di poterne raccogliere anche 200 mila.

Con quest’iniziativa, il tifo italiano ha mostrato una maturità che spesso manca alle leghe professionistiche e a chi dovrebbe governare il sistema. Le rivalità restano, ma il diritto di esistere come tifosi viene prima. Ancora una volta, laddove le istituzioni restano ferme, si muovono le comunità. Perché il calcio, prima di essere un business o una questione di ordine pubblico, è, e deve tornare a essere, un bene comune, perchè il calcio è dei tifosi.

 

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