La storia di Dino Panzanato, quando il calcio era dei duri! – GdS

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Amarcord Napoli, un nome che probabilmente nessuno della nuova generazione conosce, ma che è rimasto nel cuore dei tifosi del Napoli. Quando il calcio era uno sport di contatto e duro, quando il calcio era una questione di duri, Dino Panzanato non faceva prigionieri. Nato a Favaro Veneto il 3 agosto 1938, morto a Modena il 22 ottobre 2019: ha giocato con Mestrina, Vicenza, Modena, Napoli e Latina.Era uno stopper abrasivo, come quelli che frequentavano da califfi i ruggenti anni 60, uno che non si faceva intimorire da nulla e da nessuno, men che meno da un cavallo teutonico. Verso la fine degli anni 60 il Napoli era finito in Germania per una tournée organizzata da alcuni sponsor in fretta e in furia.

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Si giocava un’amichevole contro una imprecisata selezione locale. La partita fu tesa, inspiegabilmente feroce in ogni suo spigolo ogni tackle innescava un incendio. Il nostro protagonista, nella baraonda, ci sguazzava come un’anatra nello stagno. Così ad un certo punto venne espulso. E in fondo non era una novità, ci era abituato. Ma il clima, l’abbiamo detto, era elettrico. Quando l’arbitro gli sventolò in faccia il cartellino rosso i tifosi tedeschi cominciarono ad insultarlo e un avversario gli diede una spinta perché accelerasse l’uscita dal terreno di gioco. Un silenzio da catacomba calò sul pomeriggio tedesco. Il nostro uomo si sarebbe sbranato il terzino avversario all’istante, senza nemmeno aver sfogliato il menù. Ma non lo fece. Perché la sua attenzione fu rapita da un cavallo che scalciava, lì, a pochi metri da lui. Il cavallo era uno di quelli in dotazione alla polizia tedesca. Era in servizio, il cavallo. A cavalcarlo e a tenere le briglia c’era un agente tedesco che quando vide il nostro protagonista avvicinarsi, beh, ecco, allentò la presa, l’infame, così che il cavallo – a zoccoli caldi – si sentisse in dovere di liberare la sua energia. Ma il cavallo non poteva prevedere la reazione di chi aveva di fronte. L’eroe di questa storia attaccò a testa bassa il cavallo e dovete immaginarlo mentre – come un muflone – sbatte la capoccia sul tronco della povera bestia, la fa barcollare, quindi la prende – letteralmente – a calci. Tra realtà e leggenda, in molti credono alla versione di questa storia che racconta di come il cavallo, indietreggiando, afflitto da un inconsolabile strazio, abbia nitrito il suo dolore, alzando gli arti in segno di resa.
 I tifosi del Napoli dicevano che se fosse sceso Dio in campo, Panzanato l’avrebbe guardato negli occhi e avrebbe compiuto il suo dovere, non prima di essersi fatto il segno della croce, poiché anche i picchiatori hanno fede mi qualcuno. Veneziano di terraferma, classe 1938 (se n’è andato nel 2019), la postura del bodyguard, arcigno e coriaceo come da definizione dell’epoca, le spalle leggermente ingobbite tipiche dell’uomo dei traslochi, abituato a portare pesi e spostare scatoloni giganteschi, letti a due piazze, cucine intere; in quel tempo in bianco e nero Panzanato è stato il gladiatore per eccellenza del calcio italiano. La sua carriera – praticamente tutta ad alto livello, quattro campionati a Vicenza (1959-1963), nove campionati a Napoli (1964-1973) – è stata un lungo regolamento di conti a tappe. Gli almanacchi danno contezza di varie espulsioni e successive squalifiche, con cronache sempre condite da gustosi aneddoti in modalità horror.

Due episodi meritano di essere raccontati, riportati da La Gazzetta dello Sport. Durante un Padova-Lanerossi Vicenza del 28 febbraio 1962, recupero della 22ª giornata di Serie A, Panzanato, in forza al Lanerossi, venne a contatto con l’ala sinistra Dante Crippa, un mago del dribbling che quel giorno aveva segnato il gol del definitivo 2-0. Crippa, va detto, l’aveva un po’ sbeffeggiato, scherzandolo con tunnel e colpi di tacco che Panzanato aveva ritenuto inopportuni. Così, appena ne aveva avuto l’occasione, Dino si era avvinghiato all’avversario, fermando la corsa di costui con un abbraccio deciso. I due erano rotolati a terra. Crippa aveva avuto l’ardire di piazzare una manata in faccia a Panzanato. Dino aveva aperto ostentatamente la bocca, sfoggiando una dentatura obliqua ed inquietante. E poi aveva morso la mano del malcapitato. Crippa aveva cominciato ad urlare, sventolando in aria la mano sanguinante per richiamare l’attenzione dell’arbitro. Panzanato gli aveva lacerato la falange del dito medio. Crippa venne portato d’urgenza al pronto soccorso di Padova.

C’è poi da menzionare quando durante un Napoli-Juventus (2 dicembre 1968) che verrà ricordato come l’ultima apparizione di Omar Sivori in Italia, Panzanato scatenò una rissa in campo – lo fece intimando con modalità da buttafuori allo juventino Favalli di alzarsi da terra – si difese con pugni e calci dall’aggressione degli avversari, stese Salvadore con un colpo da k.o. e – non pago – quando dopo l’espulsione raggiunse gli spogliatoi, pensò bene di picchiare anche un altro juventino, Gianluigi Roveta. Quella volta Panzanato si beccò nove (9!) giornate di squalifica. Ma in fondo Panzanato era un duro con il cuore di panna. In quegli anni si venne a sapere, e servì ad addolcire la sua figura di picchiatore, che girava ovunque con un cuscino che gli era caro, una sorta di coperta di Linus che il nostro portava con sé, quando il Napoli andava in ritiro, in casa o in trasferta. Era un talismano, era anche un buon modo, così diceva Panzanato, per evitare dolori cervicali. Con quel cuscino, il buon Dino si sentiva al calduccio, pronto ad un sonno rassicurante e senza incubi. Quelli li faceva venire lui agli avversari, quando prima delle partite strusciava la scarpa sul terreno, a marcare un confine che non si doveva superare. Farlo, significava inoltrarsi nelle tenebre a proprio rischio e pericolo.

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