Amarcord Napoli, un nome che probabilmente nessuno della nuova generazione conosce, ma che è rimasto nel cuore dei tifosi del Napoli. Quando il calcio era uno sport di contatto e duro, quando il calcio era una questione di duri, Dino Panzanato non faceva prigionieri. Nato a Favaro Veneto il 3 agosto 1938, morto a Modena il 22 ottobre 2019: ha giocato con Mestrina, Vicenza, Modena, Napoli e Latina.Era uno stopper abrasivo, come quelli che frequentavano da califfi i ruggenti anni 60, uno che non si faceva intimorire da nulla e da nessuno, men che meno da un cavallo teutonico. Verso la fine degli anni 60 il Napoli era finito in Germania per una tournée organizzata da alcuni sponsor in fretta e in furia.


Due episodi meritano di essere raccontati, riportati da La Gazzetta dello Sport. Durante un Padova-Lanerossi Vicenza del 28 febbraio 1962, recupero della 22ª giornata di Serie A, Panzanato, in forza al Lanerossi, venne a contatto con l’ala sinistra Dante Crippa, un mago del dribbling che quel giorno aveva segnato il gol del definitivo 2-0. Crippa, va detto, l’aveva un po’ sbeffeggiato, scherzandolo con tunnel e colpi di tacco che Panzanato aveva ritenuto inopportuni. Così, appena ne aveva avuto l’occasione, Dino si era avvinghiato all’avversario, fermando la corsa di costui con un abbraccio deciso. I due erano rotolati a terra. Crippa aveva avuto l’ardire di piazzare una manata in faccia a Panzanato. Dino aveva aperto ostentatamente la bocca, sfoggiando una dentatura obliqua ed inquietante. E poi aveva morso la mano del malcapitato. Crippa aveva cominciato ad urlare, sventolando in aria la mano sanguinante per richiamare l’attenzione dell’arbitro. Panzanato gli aveva lacerato la falange del dito medio. Crippa venne portato d’urgenza al pronto soccorso di Padova.

C’è poi da menzionare quando durante un Napoli-Juventus (2 dicembre 1968) che verrà ricordato come l’ultima apparizione di Omar Sivori in Italia, Panzanato scatenò una rissa in campo – lo fece intimando con modalità da buttafuori allo juventino Favalli di alzarsi da terra – si difese con pugni e calci dall’aggressione degli avversari, stese Salvadore con un colpo da k.o. e – non pago – quando dopo l’espulsione raggiunse gli spogliatoi, pensò bene di picchiare anche un altro juventino, Gianluigi Roveta. Quella volta Panzanato si beccò nove (9!) giornate di squalifica. Ma in fondo Panzanato era un duro con il cuore di panna. In quegli anni si venne a sapere, e servì ad addolcire la sua figura di picchiatore, che girava ovunque con un cuscino che gli era caro, una sorta di coperta di Linus che il nostro portava con sé, quando il Napoli andava in ritiro, in casa o in trasferta. Era un talismano, era anche un buon modo, così diceva Panzanato, per evitare dolori cervicali. Con quel cuscino, il buon Dino si sentiva al calduccio, pronto ad un sonno rassicurante e senza incubi. Quelli li faceva venire lui agli avversari, quando prima delle partite strusciava la scarpa sul terreno, a marcare un confine che non si doveva superare. Farlo, significava inoltrarsi nelle tenebre a proprio rischio e pericolo.
