Pantaleo Corvino è uno che scoprirebbe un talento anche al Polo Nord o alle falde del Kilimangiaro. A Lecce vince scudetti con il settore giovanile con la sua manageralità venata di passione e ha aperto il ciclo record di partecipazioni in serie A del club salentino. Il primo ad accorgersi del piccolo Antonio Conte, nella Juventina, è stato lui.

«Aveva 13 anni, non so neppure io come convinsi il padre Cosimino a dirmi di sì perché temeva che per venire a giocare con me, studiasse di meno. Poi, però, nonostante la fatica per farlo accettare, tutto andò all’aria».
Corvino, come mai?«Colpa di un mio collaboratore. Io avevo un problema con mio padre che era ricoverato in ospedale e così gli chiesi di andare con il pulmino a Lecce a prendere Antonio per il primo giorno di allenamento. Sa cosa fece? Lo lasciò a piedi, perché non c’era posto a bordo. Doveva venire a giocare nella Gioventù Vernole ma il padre non mi perdonò lo sgarbo del mio autista. Però, pure io non lo avrei fatto. Non avevo dubbi che avrebbe fatto il percorso che ha fatto».
Cosa vide nel giovane Antonio?«A quella età o ti colpisce il talento, il gesto tecnico, oppure quello che intravedi: e lui aveva personalità, dinamismo, intensità. Nel calcio non servono solo i grandi architetti, serve trovare tutta la manodopera che ruota intorno e che pure è imprescindibile per costruire i grattacieli».
Poteva finire la carriera a Lecce con lei?«Sì, avevamo firmato a Milano il contratto. Lui dava quasi tutto l’ingaggio in beneficenza, ma il tempo di atterrare in Argentina e mi arrivò il suo messaggio che rinunciava dopo aver visto una contestazione di un gruppo di tifosi. Io insistetti ancora, ma poi capii che non c’era nulla da fare».
Legatissimo a lui?«Ha fatto suo uno dei miei dogmi calcistici: puoi sbagliare moglie, ma non certo l’attaccante o il portiere. Lo dissi anni fa, ma lo penso pure adesso. Tale e quale. E credo che lo pensi pure lui. E mi creda: è esattamente così».
Ora a Napoli ha aperto un ciclo?«Non sto nella sua testa, né in quella di De Laurentiis ma certo, considerando l’infinita serie di infortuni e episodi sfortunati, anche questo terzo posto vale lo scudetto. Poi, e lo dico da uomo del Sud, vincere qui da noi è mille volte più complicato che altrove. Dunque, anche tornare in Champions sarebbe una grande impresa per il Napoli».
Che partita sarà sabato al Maradona?«Quella di una corazzata contro un cacciatorpediniere. Se penso che lo scorso anno con 31 punti c’era la salvezza e quest’anno con 27 punti è ancora lontanissima, mi vengono i brividi».
In Europa prendiamo schiaffi. Perché?«È un momento no, ma non è una questione di strutture, non credo che quando nel 1982 o nel 2006 siamo diventati campioni del mondo, fossimo messi meglio e gli altri peggio. Non mi pare che a livello organizzativo in altri Paesi siano tutti superiori al nostro calcio. Credo che il problema sia la qualità dei nostri ragazzi, il loro approccio al lavoro. Mica mi diverto ad andare a cercare talenti o prospetti in giro per il mondo. Anche io vorrei far crescere ragazzi italiani che abbiano prospettiva. Ma da noi sono pochi: nei settori giovanili le risorse umane devono poi diventare risorse economiche. Le società sono aziende e, in quanto tali, devono puntare alla sostenibilità. L’unica strada per avere i conti in regola porta ai giovani e alla loro valorizzazione. La pensavo così quando vincevo il campionato Beretti a Casarano e adesso che vinco quelli Primavera qui a Lecce».
Tiago Gabriel potrebbe essere il suo regalo a Conte e De Laurentiis?«È presto per dirlo. Pensiamo al presente, non al futuro».
Dall’alto della sua storia, come si fa a dare una mano agli arbitri?«Riducendo il chiacchiericcio. Ora con il fatto che anche il Var prende delle decisioni, ogni volta stiamo tutti a commentare pure le loro valutazioni. Ecco, per me occorre usare il Var solo per i casi più eclatanti, quelli che spesso sono accaduti e sono pesati sui verdetti dei campionati. E ridurrei gli interventi, affidandomi agli arbitri in campo».
Fonte: Il Mattino
