Sal, CantaNapoli e la peste: se la critica diventa razzismo
È all’ombra del Vesuvio che nasce la forma canzone
Sal, CantaNapoli e la peste: se la critica diventa razzismoSal, CantaNapoli e la peste: se la critica diventa razzismo
Federico Vacalebredi Federico Vacalebre
E va bene che non vi piace Sal Da Vinci, e va bene che è neomelodico, trash, da sceneggiata, colpevole di aver fatto Givetta con Roberto De Simone e Claudio Mattone, noti esponenti neomelò. E va bene che vi vergognate della sua canzone senza spendere una parola sulla sua voce, ed avendo dimenticato gli altissimi livelli artistici di vincitori sanremesi del calibro di Marco Carta, Valerio Scanu, Jalisse, Povia.
E va bene ancora che per voi «Per sempre sì» è un voto contro la magistratura e non una promessa d’amore, che anche «Ora e per sempre» di Raf cantava sullo stesso palco di Sanremo dello stesso argomento, ma lui non è napoletano, certo. E va bene perfino leggere di «sottocultura»: Dick Hebdige ci ha insegnato come il pop, il rock, siano frutto di sottoculture, anche se non lo diceva con tono snob, anzi. Ma quando poi qualcuno scrive «negli ultimi cinquant’anni alla musica popolare italiana ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento», forse abbiamo proprio tracimato.
La canzone italiana nasce come canzone napoletana. È all’ombra del Vesuvio che nasce la forma canzone. Canzone d’arte, canzone d’autore, canzone popolare, canzone destinata a fare il giro del mondo, a rappresentare una città e la nazione tutta…. La struttura strofa-ritornello si afferma a Napoli, frutto di una creatività in cui poeti laureati incontrano compositori illustrissimi, ma anche talenti popolari, incolti e illetterati. Lavorano tutti insieme a versi e note per cantare le bellezze della città o per alleviare la fatica quotidiana. Certo, avvenne nella Napoli che non c’è più, quella che ancora splendeva delle cronache del Grand Tour, quella dove un tempo Mozart e Leopardi si erano sentiti cittadini adottivi.
In Giappone quando, alle scuole elementari, studiano la forma «canzone» partono direttamente da cinque classici italiani, perché napoletani. Ma qualcuno l’ha dimenticato. Ora Sal Da Vinci non è Di Giacomo né Bovio, né Tosti né Costa, abruzzese il primo e pugliese il secondo, compositori colti, celebrati solo per le melodie prestate ai due poeti veraci. Quando Mussolini, per sbaglio forse, propose di fare Di Giacomo senatore a vita, il parlamento fascista, già colpevole di ogni aberrazione, insorse urlando: «Mergellina non deve entrare in Parlamento». Eppure basterebbe «Era de maggio», nostalgica come un fado cosciente di rimpiangere qualcosa mai esistita, ad assicurargli la fama: «incanto di elementi primevi» scrisse Francesco Flora, «meglio di qualsiasi canzone dei Beatles» gli fece eco più di un secolo dopo Lucio Dalla. A don Salvatore Pier Paolo Pasolini rubò l’intenzione di dar «omaggio alla meglio gioventù».
E poi, finita l’era d’oro di cantaNapoli, fatta di alti e bassi, discese ardite e risalite, davvero c’è qualcuno convinto che Renato Carosone non sia stato un grande innovatore della canzone italiana, pur facendo canzone napoletana? E che dire di Pino Daniele uno che a 18 anni scriveva «Napule è»? È lui il capostipite della canzone napoletana degli ultimi cinquant’anni, della scena che tiene insieme, i Bennato e la De Sio, Senese e Gragnaniello, e poi, certo, anche D’Alessio, ma anche Almamegretta, 99 Posse, Liberato, La Niña, Nu Ghenea, Geolier? Sono o non sono questi i nomi che contano nella canzone napoletana degli ultimi cinquant’anni? O davvero qualcuno crede che la colonna sonora partenopea dell’ultimo mezzo secolo sia solo ed esclusivamente quella del «Castello delle cerimonie»? Che Bovio non porti a Merola, che Murolo non porti a «Cu’mme», che «Tu si’ ‘na cosa grande» non porti a «I p’mme tu p’ tte»?
Sal Da Vinci non è Di Giacomo, non è Carosone, non è Daniele. E non è nemmeno un nemico pubblico. Ha cinquant’anni di carriera, ha iniziato bambino, ha conquistato il grande pubblico con canzoni semplici e immediate come «Rossetto e caffè» e «Per sempre sì». Cosa c’entra lui con Rita De Crescenzo? Cosa c’entra la canzone napoletana con la peste?. Comunque, cari colleghi, se all’italica canzonetta nell’ultimo mezzo secolo «ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento» allora… appestateci tutti. E per sempre, sì.
Fonte:Il Mattino
