L’imprenditore della seta è cresciuto assieme all’icona calcistica degli anni 60: “Scoprii che era morto il giorno dopo dalla radio, uno shock. Per ricordarlo ho raccolto i suoi oggetti in una mostra”
La forte amicizia con Gigi Meroni e la passione per il Torino si mischiano nelle parole di Graziano Brenna, presidente della Fondazione della Seta di Como dove da metà dicembre a fine gennaio è andata in scena una mostra sul compianto fuoriclasse granata. L’ottantenne imprenditore, che nella sua carriera ha avuto grande successo lavorando con la seta, in passato è stato difensore centrale ed è arrivato a giocare in Promozione prima di arrendersi agli infortuni. Da bambino giocava insieme a Meroni nel campetto della chiesa nel rione San Bartolomeo a Como e poi lo ha seguito per tutta la sua carriera.
Brenna, chi era per lei Gigi Meroni?
Meroni come calciatore era…
“Un fenomeno. Era bello vederlo giocare. Sia al Genoa sia al Torino. Sono diventato tifoso granata grazie a lui”.
Lei invece che giocatore era?
“Un difensore centrale che marcava e a volte… picchiava”.
Tipo?
“Bremer. Anzi, Coco vista la fede granata. Dopo il Como sono andato due anni al Sondrio e mi sono fatto male più volte al menisco. Così ho detto stop”.
E ha iniziato la sua carriera da imprenditore.
“Ho fatto tutto da solo perché mia madre era casalinga e mio papà impiegato. A 31 anni ho aperto la prima azienda. Adesso, a quasi 50 anni di distanza, sono ancora qua, con mio figlio e mia figlia che lavorano con me”.
Torniamo a Meroni e alle trasferte a Genova.
“Con suo fratello Celestino, anche lui calciatore ma meno dotato di Gigi (giocava nella squadra De Martino del Como, ndr), andavamo a Genova al bar nel quartiere della Foce che era frequentato da calciatori del Genoa e della Sampdoria. Erano avversari nei derby, ma durante la settimana dopo gli allenamenti giocavano a boccette insieme e io ero con loro. Ricordi fantastici”.
Il meglio di sé Gigi lo ha dato al Torino.
“Nel 1966-67 disputò una stagione super: segnò nove reti in campionato ed entrò nel giro della Nazionale. Era uno spettacolo. Quante partite sono andato a vedere: i suoi dribbling erano un piacere per gli amanti del calcio”.
C’era anche per Torino-Sampdoria 4-2, il 15 ottobre 1967, il giorno della morte di Meroni?
“Sì, c’ero. Quando in macchina stavamo lasciando Torino per tornare a Como, la radio annunciò che la Domenica Sportiva non sarebbe andata in onda perché un giocatore aveva avuto un incidente. Non dissero di chi si trattava né in quale squadra giocava e allora non c’erano i cellulari, i social o Internet. Con noi, ma in un’altra auto, c’era Celestino che apprese la notizia della morte di Gigi quando arrivò a casa e ripartì subito per Torino. Io scoprii quello che era successo la mattina dopo accendendo la radio. Fu uno shock, un colpo pazzesco”.
La partita dopo la scomparsa di Meroni andò a vedere il Toro che giocava il derby contro la Juventus.
“Fu un pomeriggio pazzesco, con i fiori buttati in campo da un elicottero, e la tripletta di Combin che spianò la strada alla vittoria del Torino. Meroni aveva giocato sette derby e non ne aveva mai vinto uno: considero un segno del destino che quel 4-0 sia arrivato pochi giorni dopo la sua scomparsa e rimanga il più ampio dei granata con i bianconeri”.
Come mai ha deciso di ricordare Meroni con la mostra che si è tenuta a Como?
“Abbiamo esposto un centinaio di oggetti tra fotografie, maglie, borse, quadri e scarpe oltre i foulard che aveva disegnato Gigi e noi abbiamo prodotto in duecento esemplari aggiungendo la sua firma: sono stati un successo. Io avevo un po’ di oggetti che Meroni mi aveva regalato negli anni, ma molti mi sono arrivati dalla sorella di Gigi, Maria, e dal marito, con i quali sono rimasto in contatto in questi anni. Stiamo ragionando se rifare la mostra il prossimo anno, magari non a Como. Vediamo…”.
Meroni aveva anche una vena artistica fuori dal campo?
“Veniva da una famiglia povera e il padre calzolaio era morto giovane. A tredici anni, finite le medie, Gigi già cercava lavoro per aiutare la mamma. Il parroco di San Bartolomeo era don Giorgio Ratti, fratello del titolare della più famosa fabbrica tessile di Como: fu don Giorgio a chiedere al fratello di trovargli un impiego. Da tredici a quindici anni studiò per disegnare foulard, poi il calcio e gli allenamenti diventarono impegni molto pressanti e abbandonò il lavoro per dedicarsi al pallone”.
Lei ha altri amici nel mondo del calcio?
“Con Tardelli, che abita a Como, è capitato a volte di andare a cena insieme, ma ho conosciuto anche Gentile, Mascetti, Governato e Braglia. Tutte bravissime persone”.
La sua passione per il Torino è rimasta anche dopo la scomparsa di Meroni?
“Sì e il ricordo più bello è lo scudetto del 1975-76. Quello era un Toro eccezionale che ci ha regalato grandi emozioni”.
Cosa pensa del Torino attuale?
“Conosco il presidente Cairo ed è stato un onore che sia venuto a vedere la mostra di Meroni. È una persona per bene, un imprenditore e fa il meglio possibile per il Torino, in un calcio che è diventato un business. Mi tiro giù il cappello di fronte alla sua gestione: ci ha tolto da un fallimento e siamo in Serie A ormai da anni. Non sono uno dei tifosi che lo critica e mi piacerebbe che, chi dissente dalla sua gestione, non lo offendesse: non lo merita”.
Fonte: La Gazzetta dello Sport
