Conte a Bergamo durò poco più di 3 mesi, e furono scontri e veleni
Iniziò male, finì peggio:
C’è Atalanta-Napoli e la memoria torna alla breve esperienza del tecnico campione d’Italia alla guida dei lombardi durante la A del 2009-10. Sostituì Gregucci, non legò con Doni di cui non ottenne la cessione entrando in rotta anche con Ruggeri jr. Litigò anche coi tifosi e, infine, venne esonerato…
Se è vero che bisogna credere ai segni, l’avventura di Antonio Conte all’Atalanta cominciò con un presagio sinistro: espulso per proteste al debutto in panchina. Rewind: Bergamo, la sua prima esperienza in Serie A. Categoria che qualche mese prima aveva conquistato alla guida del Bari. Furono 108 giorni di tormenti, incomprensioni, veleni, dissapori, scontri a muso duro, soprattutto con il leader della squadra, l’intoccabile Cristiano Doni: i due entrarono in rotta di collisione, ci furono momenti di tensione altissima, lo spogliatoio si schierò con Doni e la crepa – da quel momento in poi – divenne sempre più larga.
L’esonero di Gregucci

La batteria di Conte a Bergamo rimase in carica dal 21 settembre 2009 al 7 gennaio 2010, poi si spense. Una traccia storta fin dall’inizio. Feeling Conte-Bergamo? Zero. Risultati? 13 punti in 13 partite, frutto di 3 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte. Maluccio. Storia iniziata male, finita peggio. Quando si dimise, volavano gli stracci. Aveva preso il posto di Angelo Gregucci, esonerato dopo quattro giornate e liquidato senza rimpianti dal presidente del club Alessandro Ruggeri, entrato in carica a soli ventuno anni in vece del padre Iva, lo storico patron, che era in coma: “Per Gregucci parlano i risultati”. Quattro sconfitte, in effetti peggio non si poteva fare. Conte si presentò alla tifoseria così: “Non sono preoccupato, puntiamo alla salvezza”. Due giorni dopo, mercoledì 23 settembre, cominciò con uno 0-0 casalingo contro il Catania. In verità Conte a Bergamo ci sarebbe dovuto arrivare in estate. Matarrese, nonostante la promozione, lo aveva scaricato. Un attimo prima, Conte aveva rifiutato la panchina della Dea. Alla fine, seppure in ritardo, il matrimonio aveva preso forma. La striscia delle prime partite fu soddisfacente. Cinque gare senza sconfitte, tre pareggi di fila, poi due vittorie, a Udine e in casa, contro il Parma.
La prima sconfitta

La prima sconfitta, a Livorno, il 28 ottobre 2009, segnò anche la spaccatura con la squadra. Conte sostituì Doni, il trequartista reagì male. Alla fine della partita diede platealmente un pugno alla porta dello spogliatoio, Conte reagì colpendo, a sua volta, la stessa porta. I due vennero a contatto. Li divisero i giocatori. Da allora nulla fu più come prima. L’Atalanta perse a Cagliari, poi in casa con la Juventus. Vinse a Siena 2-0, ma fu un fuoco fatuo. Seguirono altre due sconfitte, in casa con la Roma e a Firenze. L’1-1 a Bergamo contro l’Inter di José Mourinho, a metà dicembre, alimentò la fiammella della speranza. Il gol lo segnò nel finale Tiribocchi, che quell’anno risultò il miglior marcatore della squadra con 11 reti. In settimana, respingendo le critiche, Conte disse: “Non mi prostituisco, vado avanti con le mie idee”. Lo 0-2 casalingo contro – toh – il Napoli segnò la fine della storia. Era il 6 gennaio, giorno dell’Epifania.
Il confronto col patron Ruggeri

Il patron dell’Atalanta, Ruggeri, con il figlio Alessandro
Immediatamente dopo la sconfitta, mentre allo stadio infuria la contestazione degli ultrà, Conte andò a colloquio con Ruggeri. Parlarono di come rinforzare la squadra, il mercato di gennaio era appena iniziato. Si discusse anche della cessione di Doni. Ruggeri si oppose. Cederlo avrebbe significato scatenare la protesta degli ultrà. A quel punto il direttore sportivo Carlo Osti riferì a Conte e Ruggeri che gli ultrà pretendevano un confronto con l’allenatore. Conte, suo malgrado, accettò il confronto. Successe il finimondo. Ad attenderlo non c’era una delegazione di ultrà, come Conte aveva immaginato. Ma cinquecento tifosi. Per un paio di minuti lo ascoltarono, anche se la situazione era surreale, poi cominciarono a insultarlo, tirando in ballo il suo passato alla Juventus. Il confronto degenerò, Conte a sua volta reagì e venne portato via dagli agenti delle forze dell’ordine.
La fine del rapporto

E dire che con il capo degli ultrà, Claudio “Bocia” Galimberti, Conte aveva intrattenuto fin lì rapporti formalmente persino amichevoli. Interrogato nel febbraio 2011 a tal proposito dal pm Carmen Pugliese, nel corso di un interrogatorio come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sugli ultrà, Conte sostenne che “L’Atalanta inizialmente respinse le mie dimissioni, poi venni contestato. Il giorno dopo le accettarono. Non so da cosa dipese il cambiamento, mi viene da dire che accettarono per quieto vivere”. Quella domenica Conte, così raccontò, si dimise. Sempre secondo la sua versione Ruggeri lo invitò a pensarci con calma. Il giorno dopo Conte si presentò al Centro Bortolotti, non aveva cambiato idea. Ruggeri stavolta accolse le sue dimissioni. Nei giorni successivi l’Atalanta scelse per la panchina una bandiera come Bortolo Lino Mutti. Era l’ultimo tentativo di sanare una crepa. Conte se ne andò dicendo che “Non ho nessun rimpianto, lascio una squadra viva”. L’Atalanta occupava il penultimo posto in classifica. Ruggeri reagì piccato: “Contro il Napoli non abbiamo perso solo una partita, abbiamo perso la faccia. Conte? Ci siamo lasciati malissimo, perché un allenatore non può prendersela con un patrimonio della società, come lo sono i tifosi. Lui dice che si era dimesso domenica sera? No, è tutto falso, racconta bugie”. Quell’anno la Dea retrocesse in B. Conte masticò rabbia, amarezza, frustrazione, ripartì a testa bassa, accettò il Siena in B, lo portò in A, da lì spiccò il volo: l’anno dopo era già sulla panchina della Juventus. Dal flop di Bergamo erano passati poco meno di due anni, ma a Conte sembrò una vita. A dimostrazione che una falsa partenza non è mai falsa fino in fondo, ma custodisce un inizio che non sappiamo.
Fonte: Gazzetta
