Chivu, lascia stare Diego: quella mano era la rivolta di un popolo
Non è lesa maestà. Tutti hanno il diritto di parlare del più grande al mondo, però Maradona non deve essere tirato per la giacca, ovvero per una delle sue due bellissime maglie – quella dell’Argentina che guidò al trionfo mondiale quarant’anni fa – e chiamato in causa dopo la simulazione di Bastoni in Inter-Juve. Chivu, l’allenatore di quel difensore che verrà convocato dal ct della Nazionale Gattuso per lo spareggio mondiale anche se ha “fregato” l’arbitro La Penna (il verbo è stato adoperato dal designatore Rocchi) con tutte le conseguenze del caso, ha citato Diego e la Mano de Dios, il primo dei due gol della Seleccion all’Inghilterra nel quarto di finale. Un errore. Perché, come ha scritto Guido Boffo su questo giornale ancor prima della conferenza di Chivu, «chi tira in ballo la mano di Dio, come emblema di tutte le furbate, glissa sul fatto che Maradona emendò quella colpa con il gol più bello della storia».
Chivu aveva 5 anni quando si giocò Inghilterra-Argentina il 22 giugno dell’86, davanti ai 115mila spettatori dell’Azteca. Probabilmente non sa cosa vi fosse dietro quella sfida. Una guerra vera, non calcistica, come quelle che si fanno sul campo e sui media: la battaglia delle Malvinas-Falkland, in cui all’inizio degli anni Ottanta morirono 649 soldati argentini e 255 britannici. Film e libri hanno raccontato come Diego, il capitano, caricò sé stesso e i compagni prima di scendere in campo. «Dobbiamo vincere per l’Argentina e per i nostri ragazzi morti». Quel colpo di mano al 51’ e quello slalom al 55’ furono i proiettili con cui Maradona stese gli inglesi mentre migliaia di argentini piangevano di gioia sugli spalti dello stadio di Città del Messico. Quarant’anni fa non c’era il Var e quindi nessuno avrebbe potuto mandare al video l’arbitro tunisino Ali Bin Nasser, che non s’era accorto del tocco con la sinistra che spiazzò il portiere Shilton. Grazie a quell’errore (e dunque a Diego) quell’arbitro è diventato popolare e s’è arricchito mettendo all’asta il pallone di Inghilterra-Argentina, tre anni fa, alla modifica cifra di 2 milioni di sterline, pari a 2,7 milioni di euro.
Maradona, così legato al suo popolo, avrebbe dato la vita per vincere quella partita. Vi riuscì con un colpo d’astuzia e un altro di classe. Non voleva soltanto eliminare l’Inghilterra. Ma questo è difficile capirlo per una dirigenza e un allenatore che hanno fatto scusare Bastoni soltanto tre giorni dopo la furbata sul (non) tocco di Kalulu e l’esultanza smodata per l’espulsione del bianconero. Un vecchio compagno di Diego, Peppe Bruscolotti, ha detto all’emittente Stile Tv: «Chivu dovrebbe vergognarsi a paragonare la simulazione di Bastoni alla mano de Dios». Peppe non lo ha detto soltanto per il profondo affetto che lo lega al ricordo dell’amico. Non c’è un calciatore che abbia mai parlato male di Maradona. E, soprattutto, non c’è un arbitro che abbia criticato i suoi comportamenti in campo. Anzi, a cominciare dal principe dei fischietti Casarin, tutti hanno sottolineato la sua correttezza. Quando il capitano protestava, metteva sempre le mani dietro la schiena e si teneva a distanza: non partiva con un gruppo di compagni all’assalto dell’arbitro, come fanno in maniera arrogante i giocatori di determinate squadre. E non protestava per i falli durissimi che subiva dai difensori che un secondo dopo la fine della gara correvano dal Pibe per farsi regalare la maglia o scattare una foto con lui.
Era questo Maradona. Era questo il calcio. Sono un uomo e un tempo che rimpiangiamo: li rispetti soprattutto chi tra poche settimane cucirà lo scudetto sulla sua tuta da allenatore.
Fonte: Il Mattino
