Napoletani in maglia azzurra. Destini splendenti, parabole discendenti, campioni in essere o solo in divenire, bandiere. Qualcuno esplode lontano, altri restano vicino…Oggi di questi napoletani scrive La Gazzetta dello Sport: “Il viso di traccia antica, lo sguardo sfrontato che sguaina l’orgoglio, la frustata del vento in faccia a marcare un’appartenenza. I guizzi da serpente a smarcarsi dalla retorica, il piede a seguire l’istinto, l’approccio di chi è partito da lontano e no, adesso non molla niente. Scugnizzi del calcio, ogni tanto la miseria, più spesso la nobiltà a segnare il loro destino. L’ultimo è Antonio Vergara di Frattaminore. Il ragazzo che brilla nel Napoli modalità ortopedia ripercorre il solco dei tanti che prima di lui si sono imposti al grande calcio. Epicentro di tutto Napoli, i vicoli della città, la cintura urbana, una mappa che si presenta come ombelico dei sogni, centro di gravità che – quei sogni – prima li attrae, poi li culla, quindi li semina.

Dribbling sull’asfalto e notti brave
Qualche scugnizzo dura nel tempo, da figurina-cult diventa figura di riferimento per i nuovi scugnizzi che cominciano a tirare calci al pallone; altri appaiono e scompaiono, come comete nella notte dei desideri, lasciandosi dietro la scia di un rimpianto da consumare, strappando i bordi ai ricordi. E allora chissà se tra qualche anno, quando il contorno della carriera di Vergara sarà più chiaro, parleremo di lui come del post-Insigne o di un Tutino, di nome Gennaro, originario di Lago Patria sul litorale domizio, che sembrava avere tutto per sfondare ad alti livelli e invece ha cucito una carriera dignitosa tra B e C. Di certo c’è che Vergara in certe pose somiglia a Ciro Muro, il Maradona made in Napoli, cresciuto nel centro Paradiso di Soccavo, mago delle punizioni – aveva imparato da due specialisti che lo avevano allenato: Sormani e Corso – un 10 che negli anni 80 e 90 ha seminato molta magia, tra Pisa, Lazio e ovviamente Napoli, con cui ha vinto il primo storico scudetto (più la Coppa Italia) nel 1986-87. Nella rosa di quella squadra c’erano altri due napoletani doc. Il giovane Ciro Ferrara di Posillipo e Gigi Caffarelli, ala di raccordo, 3 gol nell’anno del tricolore, il più famoso quello segnato al San Paolo, di testa al Torino, raccogliendo una rabona di Maradona. Ciro e Gigi, gregari di lusso al servizio del Pibe.

Ciro Muro in maglia Napoli
Oggi con Vergara il Napoli ritrova la parabola casalinga della storia di Lorenzo Insigne, già Magnifico, scugnizzo che ha fatto del “tiraggir” il suo marchio di fabbrica, secondo miglior marcatore all time del club con 122 reti, alle spalle di uno scugnizzo acquisito, Dries “Ciro” Mertens, che è nato a Lovanio, nelle Fiandre, ma che se fosse venuto al mondo a Ponticelli o a San Giovanni a Teduccio non sarebbe cambiato nulla. E sempre per restare in tema di numeri 10 tocca qui srotolare in breve la storia di due scugnizzi sfortunati. Il primo, Gaetano “Nino” Musella di Fuorigrotta, che debuttò in A a 17 anni, aveva la frangetta alla moda e i colpi del campione. Un osservatore del Napoli lo scovò proprio sul piazzale del San Paolo, mentre dribblava sull’asfalto. Tra andate e ritorni, giocò nel Napoli di Krol. Musella se n’è andato a soli 53 anni, tradito dal cuore. Il secondo si chiama Pietro Puzone e quando giocava offriva innanzitutto la cazzimma. Debuttò in A a 19 anni, alimentò promesse che il tempo poi dimenticò. Coltivò negli anfratti delle notti l’amicizia con Maradona, ne divenne l’ombra complice. È Puzone che un giorno di pioggia e fango convinse Diego a giocare ad Acerra la famosa partita di beneficenza per un bambino malato. Puzone si abbandonò al vizio, si consegnò schiavo al demone della cocaina. A 27 anni, piegato dalla dipendenza, diede addio al calcio, si ritrovò solo, dimenticato da tutti: da allora Pietro Puzone vive di espedienti.

Puzone e Maradona nella famosa partita nel fango ad Acerra
C’è chi diventa bandiera

Ci sono scugnizzi che diventano bandiere del club. Uno per tutti, Antonio Juliano, per tutti Totonno, originario di San Giovanni a Teduccio, figlio di un salumiere, sedici anni di militanza nel Napoli dal 1962 al 1978, 394 presenze in campionato (505 in assoluto, è record) e 26 gol per una mezzala di lotta e di governo, tra le migliori della sua generazione. Ci sono scugnizzi che diventano campioni del mondo, come Ciro Ferrara e Fabio Cannavaro, altri campioni d’Europa, come appunto Totonno Juliano, Lorenzo Insigne e due napoletani della cintura urbana, Gigio Donnarumma di Castellammare di Stabia e Ciro Immobile di Torre Annunziata. C’è che realizza il sogno di tutta una vita, come Vincenzo Montefusco, mediano degli anni 60 che ebbe l’onore di ricevere i complimenti da Pelé, marcato in un’amichevole, l’unico – Montefusco – ad avere ricoperto i due ruoli: calciatore e allenatore del Napoli. Ci sono scugnizzi che in un tempo lontano erano amati come nessun altro. In una domenica degli anni 70 al San Paolo apparve uno striscione che recitava: “Si può vendere il Vesuvio, ma Improta no”. Improta di nome Giovanni, centrocampista dal passo rotondo che quando – nel 1973 e nonostante la preghiera dei tifosi – venne ceduto alla Sampdoria fu la causa di scontri per le vie di Posillipo, il suo quartiere. Ce ne sono altri che hanno trovato fortuna lontano da Napoli, come Ciccio Esposito di Torre Annunziata, che vinse lo scudetto del 1969 con la Fiorentina Ye-Ye. Ci sono scugnizzi che hanno avuto e hanno recente residenza tra Serie A e B: Gianluca Gaetano di Cimitile, Armando Izzo e Rolando Mandragora di Scampia, Pasquale Mazzocchi di Barra di Napoli, Giuseppe Pezzella della zona flegrea, Danilo D’Ambrosio di Caivano e ovviamente i tre fratelli Esposito – Francesco Pio, Sebastiano e Salvatore – di Castellammare di Stabia. Ce ne sono altri come Paolo Cannavaro, fratello di Fabio, che viene ricordato con affetto in quanto capitano dal Napoli che dalla Serie C risalì la gerarchia del calcio italiano, altri che hanno avuto il gol come compagno di viaggio – basti qui dire di Totò Di Natale di Pomigliano d’Arco esattamente come Vincenzo Montella e di Fabio Quagliarella di Castellammare di Stabia – e altri ancora di cui si è persa la memoria. Ne citiamo uno, ma vale per tutti. E’ il riccioluto di viso spigoloso Marco De Simone di Frattamaggiore, a cui il destino aveva riservato un ruolo in via di estinzione, quello dello stopper, anzi del jolly difensivo come veniva definito nell’album Panini, in forza al Napoli del primo Maradona (1984-85), una figurina vintage che oggi naviga nella memoria di chi era giovane allora e appassisce su eBay, all’asta dove si vendono i ricordi in saldo.
