Oggi l’inno più in voga è “Primo agosto pioveva”, composto dal compianto Cristian Vollaro; in passato fu “Il ragazzo della curva B” di Nino D’Angelo e alla fine di ogni vittoria si canta “’O surdato ‘nnammurato”. Ma il Napoli ha avuto un suo vero, primo inno. Lo racconta la storia: un ritaglio del quotidiano Il Roma riporta un brano del 1928 che recita così: «Napoli, l’azzurro del suo cielo, sport, passione sana e senza velo, che non s’ammanta di nubi o di livor… Tu, casacca azzurra, sei l’orgoglio di una città, di una grande regione».
La musica l’aveva composta Arturo Collana, cui venne intitolato lo stadio del Vomero, ma era stata concepita come una generica ode allo sport che i tifosi della neonata Associazione Calcio Napoli avevano adattato ai loro colori. È una delle chicche contenute in quello che si può definire il primo libro che esce sul secolo dalla fondazione del Napoli che ricorre quest’anno. Il titolo è “Napoli 100”, a cura di Andrea Zappulli, ed è parte della collana «Documento-Monumento» che la Fondazione Banco di Napoli, su idea della docente Bianca Stranieri, ha sviluppato per i titoli di Guida. Viene presentato mercoledì 30 alle 17 nella sede della Fondazione in via Tribunali 213 dal presidente Orazio Abbamonte e dal soprintendente Gabriele Capone, che firmano le prefazioni, e Maurizio de Giovanni.
Sono 32 contributi di storici, giornalisti, ricercatori e scrittori che, per raccontare un secolo di passione per la squadra e la storia del calcio in città, partono dai dati documentali conservati negli archivi, pubblici e privati. Perché è possibile ricostruire una vicenda tanto lunga e così sentita consultando carte e registri. Si può scoprire che il sodalizio che avrebbe diffuso il calcio a Napoli era nato in anticipo sul Genoa, ufficialmente la prima società calcistica italiana. Dalla brochure di una gara del club si capisce che i napoletani iniziarono a usare come terreno di gioco quello del cosiddetto “Campo di Marte” a Capodichino. Nei contributi di Simona Turnone e Gilda De Feo si viene a sapere che oltre il mitico impianto dell’Arenaccia e lo stadio Collana (già Littorio in epoca fascista) gli azzurri usarono come terreno casalingo quello dell’Ilva di Bagnoli tra il 1927 e il 1929 e uno, collocato nell’Orto botanico, in un torneo interregionale durante la Seconda guerra mondiale.
Si parla di Giorgio Ascarelli, il primo presidente, «un sovversivo moderato» secondo la fonte di regime; della proprietà di Achille Lauro e dell’acquisto di Corrado Ferlaino e delle varie sedi del club: palazzo Balsorano, palazzo Tuttavilla a Calabritto, il centro Paradiso a Soccavo e il centro di Marianella, il sogno sfumato di una culla per la cantera partenopea, colpito da un incendio nel 2012 che, scrive Simone Marinaro, «ha distrutto i documenti della vecchia società, lì depositati per ordine della curatela fallimentare, tra cui il contratto d’ingaggio di Diego Armando Maradona». Il volume si arrampica fino ai giorni nostri passando per il D10S, di cui viene raccontata sempre tramite le carte la nascita del murales ai Quartieri spagnoli. Ma ha soprattutto il merito di «far capire cosa sia il calcio per i napoletani dal punto di vista spirituale e comunitario» sottolinea Stranieri. Per questo si leggono con gusto le pagine con cui Antonio Franco riferisce che a fine ‘500 le «palestre per il gioco della pallacorda a Napoli erano denominate pallonetti», e da qui deriva il nome della zona a ridosso di Santa Lucia. O quelle redatte da Pasquale Esposito che da un’ordinanza della questura, sempre in periodo fascista, deduce che in città la diffusione del pallone tra gli scugnizzi era ormai un problema di ordine pubblico da ostacolare perché in odore di anarchia: «Quel gioco improvvisato per le strade non era soltanto un atto popolare, ma un gesto refrattario al controllo, un degrado da estirpare, la manifestazione di un’energia sociale che sfuggiva alla narrazione ufficiale».
Fonte: Il Mattino
