Rinascita e memoria: il gigante di Piazza Carlo III torna a parlare…

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Tra storia, arte e quartiere: il Gigante di Piazza Carlo III torna a parlare, con la mostra “Ancora qui. Prologo. L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose”. C’è un momento, entrando nel cortile monumentale, in cui il rumore del traffico di Piazza Carlo III sembra dissolversi. E, proprio in questo silenzio sospeso, prende vita la nuova mostra che sta attirando curiosi, studenti e, soprattutto, tanti abitanti del quartiere. L’esposizione, dal titolo “Rinascite: Napoli tra memoria e futuro”, è un viaggio dentro le identità della città, raccontata attraverso installazioni, fotografie d’archivio, opere contemporanee e piccole storie quotidiane raccolte tra i vicoli. Un percorso che sembra cucito addosso al palazzo stesso, nato nel Settecento per accogliere poveri, orfani e viandanti e oggi finalmente restituito, almeno in parte, alla sua vocazione pubblica. La mostra sfrutta gli spazi enormi e un po’ ruvidi dell’enorme edificio borbonico: corridoi che sembrano non finire mai, sale che odorano di calce antica, finestre che incorniciano una Napoli diversa, più intima. Ogni stanza ospita un tema: “La città che cambia”, con fotografie che confrontano ieri e oggi; “Le mani di Napoli”, una sezione dedicata agli artigiani, dai Maestri del presepe ai restauratori; “Voci del quartiere”, un’installazione sonora che raccoglie testimonianze degli abitanti di Piazza Carlo III, tra ricordi, sogni e ironia partenopea.
Esposte troveremo scarpe di adulti e bambini, piatti, bicchieri, caffettiere, posate, letti, valigie, macchine da scrivere, ma anche documenti dell’Esercito e altre reperti d’epoca che vengono fatti “dialogare” attraverso vari filoni narrativi tra opere d’arte contemporanea e fotografie, installazioni e performance. Nel grande refettorio esposte anche opere di artisti come Norma Jeane e Antonella Romano, fotografie di Mimmo Jodice e Luciano Romano, una colonna sonora di Massimo Cordovani, sintesi di voci d’archivio e suoni contemporanei e un racconto originale della scrittrice Viola Ardone, che richiama la vita quotidiana del Real Albergo a partire dal 1781, dove i poveri dell’epoca imparavano un mestiere come calzolari, bandisti, scrivani, sarte, intagliatrici, ricamatrici. Il risultato è un racconto corale, vivo, che restituisce dignità a un luogo troppo spesso dimenticato. La vera sorpresa, però,  è l’atmosfera fuori dal palazzo. Bar, edicole e botteghe commentano la mostra come se fosse un evento di famiglia. “Finalmente succede qualcosa pure qua”, dice un edicolante, mentre indica il flusso di visitatori che attraversano la piazza. E, in effetti, l’iniziativa sembra avere acceso una piccola scintilla. Bambini che entrano per la prima volta nel palazzo, anziani che raccontano come era il quartiere negli anni sessanta, giovani fotografi che si arrampicano mentalmente sulle prospettive del colosso borbonico. Un gigante che vuole tornare a vivere. Il Real Albergo dei Poveri è uno dei simboli più potenti, e più fragili, di Napoli. La mostra non risolve certo problemi strutturali dell’edificio, ma fa qualcosa di altrettanto importante: lo riporta al centro della conversazione cittadina e lo fa con leggerezza, bellezza e un pizzico di ironia, come solo Napoli sa fare. Uscendo la piazza sembra un po’ diversa. Forse, è solo la luce del pomeriggio, o forse è la sensazione che questo gigante addormentato abbia finalmente iniziato a svegliarsi. L’ingresso per la mostra è gratuito, ed è consentita tutti i giorni dalle ore 10:00 alle 18:00, con esclusione della domenica e del lunedì. La prima domenica del mese c’è un’apertura straordinaria con orario ridotto dalle 10:00 alle 13:00. C’è tempo fino al 2 marzo…

Factory della Comunicazione

Ludovica Raja

 

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