“1926/2026” Cento anni di passione AZZURRA, si festeggerà ad agosto. De Laurentiis e Conte vogliono farlo con nuovi successi

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La storia del Napoli, che tra sette mesi taglierà il traguardo del centenario, è esattamente il contrario di cento anni di solitudine. È infatti il vivissimo racconto di una passione popolare, alimentato in cento anni di unione tra la città e la squadra, fin dalle prime battute alla fine degli anni Venti, quando il geniale imprenditore Giorgio Ascarelli e i suoi soci diedero vita alla Associazione Calcio Napoli. La data di inizio di questa storia andrebbe spostata dal 1° al 25 agosto, secondo gli elementi raccolti dal giornalista Nico Pirozzi, biografo di Ascarelli, il primo e unico presidente che costruì uno stadio per il Napoli. Ma anche quel canto appassionato dell’artista di strada Cristian Vollaro («Primo agosto pioveva…»), urlato dai tifosi nello stadio Maradona prima delle partite, fissa nel 1° agosto l’inizio di questi cento anni di amore intenso, che non ha accusato flessioni anche nei momenti più duri, quelli delle retrocessioni (la più triste nel 1998 con 14 punti) o del fallimento del 2004 che rappresentò la fine di un travaglio cominciato con l’addio di Maradona e la crisi finanziaria di Ferlaino, il presidente dei primi due scudetti e dell’acquisto di Diego, un colpo che rappresentò un chiaro avvertimento alle tre potenze calcistiche del Nord: non avrebbero più avuto campo libero, il Napoli aveva preso il migliore al mondo per vincere.

Proprio la voglia di dare un forte segnale delle capacità imprenditoriali del Sud, anche nel calcio, spinse Ascarelli a fondare l’Ac Napoli, considerando la squadra come un’azienda, come spiegò Giuseppe Pacileo nel libro “Ssc Napoli. Una squadra e la sua città”. E Gigi Di Fiore, nella “Storia del Napoli”, ricorda le parole di Ascarelli sul cambio di denominazione da Internaples ad Ac Napoli: «Un nome nuovo e antico che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza». Sul “Mezzogiorno”, in quei giorni di fine agosto del 1926, si leggeva: «Negli ambienti del Nord si sorride di questa audacia tutta napoletana. Si dice che l’Italia Meridionale non può avere società dalle spalle salde e dalla bella squadra. Si sorride quasi di compatimento».
Ascarelli ebbe una visione manageriale del calcio, affidandosi a tecnici e giocatori di valore. Così come suoi successori. Dal Comandante Achille Lauro Roberto Fiore, che sessant’anni fa portò a Napoli Omar Sivori e José Altafini. E poi Ferlaino, che andò oltre lo straordinario affare Maradona e si affidò a manager di primo livello come Italo AllodiPierpaolo Marino e Luciano Moggi. Ma il grande progetto non resse al forzato addio di Diego. Il lento e inesorabile declino sfociò nel fallimento, con la risalita guidata da Aurelio De Laurentiis, che ha scritto in ventun anni importanti capitoli, con una gradualità di successi che ha portato alla conquista di due scudetti, tre Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Il primo scudetto arrivò dopo sessant’anni, il terzo dopo trentatré. Ed ha rappresentato – il successo del 2023 – l’inizio di un nuovo percorso vincente sostenuto dalla città. E proprio la passione popolare ha spinto la squadra di Antonio Conte nella stagione del quarto titolo. La spinge tuttora in una fase che vede il Napoli impegnato in campionato, Champions e Coppa Italia ma costretto a fare fronte alla emergenza infortuni.

 

Conte ha un ruolo che va oltre la competenza tecnica. Ha accettato un progetto che lo impegna profondamente, anche nella difesa di un simbolo di fronte al Nord più ricco e più forte. Quel Nord dove Antonio ha lavorato e trionfato, prima con la Juve e poi con l’Inter, e che sfida dall’estate 2024 a viso aperto. Quelle dell’11 al Meazza e del 25 allo Stadium saranno due battaglie e lui vuole vedere i suoi ragazzi con elmetto e scudo, come è accaduto in Supercoppa e nella partita a Cremona. A rileggere le pagine della storia del Napoli, si osserva che gli auspici del 1926 sono quelli di Conte. Quelli di una città – Antonio lo disse nello scorso marzo al sindaco Manfredi – «in grado di essere alla pari di altre anche nel calcio ma servono uno stadio e un centro sportivo in grado di far crescere il senso di appartenenza». Lui ha vinto le sue sfide sul campo perché era dai tempi di Diego che non si conquistavano lo scudetto e la Supercoppa nello stesso anno e guarda già oltre, aspettando che si realizzino a stretto giro i progetti infrastrutturali che servono all’azienda per realizzare il definitivo salto di qualità.

È il senso della sfida che il Napoli rinnova nei mesi che precedono il centenario d’agosto. Come si vede, va oltre il campo dove sono stati centrati obiettivi di prestigio recentemente con Spalletti e Conte, senza dimenticare il terzo campionato di Sarri, primo avversario del 2026 sulla panchina della Lazio, concluso a Fuorigrotta con il suo inchino al popolo azzurro dopo i 91 punti e lo scudetto sfiorato. È una sfida, questa, che coinvolge una società, una squadra e una città, che rappresenta il migliore carburante per l’allenatore e i giocatori. L’occupazione del 92 per cento della capienza dello stadio Maradona non è soltanto un mero dato statistico: è un dato della passione di una tifoseria che ha contribuito con il suo incessante supporto, come ha rilevato lo scrittore Maurizio de Giovanni sul Mattino, a dodici mesi di imbattibilità in casa. C’è un grande futuro dietro questi cento anni.

 

Fonte: CdS

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