Maradona, 1984: il giorno in cui sfiorò la Juventus e diventò leggenda del Napoli

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Nel 1984 Diego Armando Maradona fu a un passo dalla Juventus, prima che il Napoli riuscisse a compiere l’operazione più incredibile della sua storia. Tutto nacque da un intrigo internazionale che vide coinvolti dirigenti, banche, politici e intermediari, mentre il Barcellona, stanco dei problemi con il fuoriclasse argentino, valutava seriamente di cederlo. La Juve fu la prima società italiana ad essere contattata, ma Boniperti, già soddisfatto della coppia Platini–Boniek, decise di non procedere. Anche la Sampdoria declinò: in attacco aveva già la giovane coppia Vialli–Mancini. A quel punto la pista conduceva a Napoli, l’unica squadra pronta a tentare un’impresa economicamente disperata ma sportivamente visionaria.

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Maradona era arrivato al Barcellona nel 1982 dopo anni esplosivi in Argentina, dal talento precoce mostrato nei Mondiali juniores alla consacrazione con Boca Juniors. L’avventura blaugrana però divenne presto un percorso tormentato: infortuni continui, tensioni con il presidente Nuñez, scontri interni e, soprattutto, la frattura alla caviglia procurata da Goikoetxea che marcò il crollo definitivo del rapporto con il club catalano. Intanto il suo manager Cyterszpiler accumulava perdite finanziarie e Diego, tra difficoltà personali e prime tentazioni pericolose, avvertiva l’urgenza di cambiare aria.

Quando nel maggio 1984 il consiglio direttivo del Barça votò per la sua cessione, iniziarono manovre frenetiche. L’intermediario ricardo Fujica informò Pierpaolo Marino e Antonio Juliano della situazione: il Barcellona voleva liberarsi del suo campione, ma pretendeva garanzie solide. Il Napoli, pur alle prese con 8,6 miliardi di deficit, decise di provarci. Ferlaino esitava, ma Juliano lo convinse: era l’occasione irripetibile per riscrivere il destino del club. Iniziò così una corsa contro il tempo, fatta di incontri segreti, telex bloccati, fideiussioni impossibili e pressioni politiche. Il sindaco Vincenzo Scotti si mosse tra i maggiori istituti di credito per ottenere i fondi necessari, mentre il Barcellona continuava ad alzare le richieste, diffidando della solvibilità partenopea.

Maradona, in tournée negli Stati Uniti con l’Argentina, attendeva novità ed esprimeva pubblicamente il suo desiderio di andare a Napoli. La trattativa diventò estenuante: il Barcellona pretendeva pagamenti immediati, interessi, garanzie totali. Un telex del Banco di Napoli sembrò far crollare tutto, ma Ferlaino, sfruttando l’assenza del direttore generale, riuscì a far sbloccare il bonifico grazie al coraggio di un funzionario disposto a rischiare in prima persona. Quando Juliano si presentò al vicepresidente Gaspart con tutte le fideiussioni richieste, il Barça cedette alle pressioni. L’accordo era finalmente trovato.

Diego firmò nella stanza 1715 dell’hotel Princesa Sofia, dopo aver urlato sotto casa del presidente Nuñez la propria volontà di andare via. Ferlaino ripartì di corsa per Milano per consegnare la documentazione in Lega, ma trovò gli uffici chiusi e la mezzanotte vicina. Fu l’indicazione di una guardia giurata a salvarlo: un impiegato delle Poste, napoletano, era disposto ad apporre il timbro necessario per certificare la consegna della raccomandata. L’orario preciso non lo ricorda neppure Ferlaino, ma la Lega riconobbe la validità del documento. Il resto è storia nota.

Quando l’alba cominciò a illuminare il Golfo, Napoli scoprì che Diego Armando Maradona era davvero un calciatore azzurro. La città si svegliò con la consapevolezza di aver vinto la sfida più difficile, superando la concorrenza dei grandi e ribaltando ogni previsione. Era iniziata una nuova era, destinata a cambiare per sempre il calcio italiano.

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